domenica 8 febbraio 2026

Ecco come l'opposizione sinistrata italica vincerà "abbondantemente" le elezioni del 2027




 L'antifascista vede fascisti ovunque... tranne allo specchio

La strategia per il 2027 del PD è un capolavoro patologico di igiene mentale. Hanno deciso che per vincere bisogna ingaggiare chiunque abbia un eskimo, passamontagna nell'armadio, una bandiera palestinese, una venezuelana e una del PCI o un'allergia congenita al bagnoschiuma. È il gran mucchio selvaggio, questa opposizione nostrana che ha finalmente partorito lo scacco matto alla Meloni; è la setta di adulatori degli anni '70, della strategia della tensione e delle Brigate Rosse; è un fastidioso ronzio di sottofondo fuori tempo massimo che rivuole indietro il potere di 50 anni fa frugando nei cassonetti dell'antagonismo più becero, protetto dalle toghe amiche.

Questi ingegneri del consenso elettorale che farebbero invidia a un progettista della LEGO, immaginano di poter trasformare un’accozzaglia di anarchici dal golpe subito e di maranza devastatori del bene pubblico e dei loro neuroni - che le urne le userebbero solo per girarci un video su tik-tok con la refurtiva in mano e il rolex in vista - in un corpo elettorale solido e affidabile.  

Vederli lì, questi strateghi del suicidio politico assistito dalle molotov, con il fazzoletto rosso distribuito dagli ultracentenari dell'ANPI, che si ergono a cattedrali sgangherate di autostima mentre cercano di far sedere allo stesso tavolo il giornalista da salotto che gli urla che sono degli idioti e il salafita che considera gli atei che lo sostengono, infedeli da purificare col fuoco e la forca, è uno spettacolo che rasenta la metafisica del ridicolo, una sorta di circo Barnum dove il sinistrume raccatta-tutti offre poltronesofà e bella ciao a chiunque odi l'ordine pubblico, sperando che l'odio sia un collante più forte della logica, certi che allearsi con chi scambia la città per un ring e il sabato pomeriggio per un'occasione di guerriglia urbana possa portarli a Palazzo Chigi invece che al reparto psichiatrico più vicino.

È un vaniloquio di assunzioni false dove si pensa che l'elettore normale, quello che ha l'ardire di voler salire su un autobus per andare a lavorare o per ritornare a casa senza dover fare testamento, si lasci incantare da questa parata di citrulli coccola-antagonisti che strizzano l'occhio a chiunque mastichi rabbia acefala contro gli sbirri e si fa regalare le pipe da crack da un loro sindaco bene intenzionato.

La loro è una cecità quasi poetica, un'ascesa verso il nulla cosmico condita da un'ironia involontaria che farebbe invidia a Woody Allen,  perché mentre loro sognano la grande spallata del 2027 alimentando il caos e l'illegalità di quartiere, dal quale giurano di prendere le distanze a videocamere accese, la realtà li osserva con lo schifo che si riserva alla merda pestata sul marciapiede.

Al tavolo delle loro trattative, a videocamere spente, presieduto da buona parte di chi comanda l'Italia - i magistrati - siedono l'anarchico, il piromane del catasto urbano e delle camionette degli sbirri, e il salafita che considera il femminismo un'eresia da punire e non vede l'ora di salire all'emiciclo per impiccare proprio i suoi compagni di rivoluzione: i giornalist*, i regist*, gli imprenditor* convitati del circolino rosso che, sperano, illusi, nella somma di mille odi diversi per produrre  una maggioranza di governo... avvelenata. È come cercare di costruire un motore a scoppio usando dei petardi e della marmellata di fragole. Un piano perfetto, se l'obiettivo è l'auto-combustione spontanea prima dei seggi.

Inoltre, per non alimentare ulteriormente il disgusto popolare, hanno aggiunto alla lista degli sproloqui la guerra ai pronomi e la cultura della cancellazione. Per loro l'identità è un menu alla carta dove la biologia è un'opinione e il sesso è un accessorio intercambiabile come una cover dello smartphone. Sono convinti che i senza reddito, i senza denti, i senza tetto, i senza speranza, i disoccupati, l'operaio di periferia, il piccolo e medio imprenditore, il ciclista caricato di sushi, la neomamma, la zia o la nonna che spingono le altalene, siano tutti ansiosi di discutere di fluidità di genere mentre aspettano un autobus che non passerà mai, un pugno sulla faccia da un nero drogato e incazzato, la borseggiatrice rom in cinta o la cartella esattoriale dall'Agenzia delle Entrate.

Se non ti adegui alla loro neolingua, sei un fascista. Se chiedi sicurezza, sei un oppressore. Se pretendi che i tuoi figli non vengano confusi da insegnanti in crisi,  perchè la realtà non combacia con la loro strafatta ideologia, sei un nemico del progresso.

Ma loro sono i perdenti che vincono sempre; quelli la cui arguzia fa sembrare Machiavelli un dilettante del risiko; sono assemblatori di pezzi marci della società, peggiori di un cieco che cerca di montare un mobile IKEA senza istruzioni.  

Ma l'italiano, si sa,  è una strana creatura cocciuta e reazionaria nel suo desiderio di normalità. Non ne vuole sapere di adattarsi a questo antifascismo maniacale che vede camicie nere anche nel disegno della schiuma del cappuccino o nel gatto nero che attraversa la strada, felino non più portatore di sfiga, ma di fez. L'italiano ha questa enorme pretesa: vorrebbe uscire di casa senza essere scippato da un maranza, stuprata dietro un angolo o trovarsi un intero centro sociale che gli occupa il pianerottolo.

Loro, i buoni e i giusti a cui nessun può insegnare la bontà e la giustizia, quando si guardano allo specchio non  vedono che eroi della resistenza in un B-movie, un'allucinazione autoreferenziale che gli impedisce di scorgere la vera immagine di poveri illusi che sognano di diventare dittatori di uno stato libero di banane, quando, finalmente, il popolo degli astensionisti li voterà in massa e li acclamerà come liberatori.  



venerdì 6 febbraio 2026

Davanti a noi si spalanca l'abisso della New AIge




Nel 1956 a Dartmouth College, ad Hanover, nel New Hampshire, un patto di sangue è stato siglato nel silenzio dei laboratori e nelle stanze segrete del potere: da una parte l’esoterismo marcio della nobiltà nera europea che distillava il cosmismo russo per svuotarlo di vita e trasformarlo in controllo, dall’altra l’informatica che nasceva per dare un corpo elettrico a quel sogno di onnipotenza. 

Due linee di forza che hanno travolto ogni aspetto del vivere: una è scivolata nel pop-rock, drogando i Beatles e i Beach Boys di misticismo da esportazione per convincerci che la libertà fosse un viaggio mentale mentre ci recintavano il pascolo; l’altra è colata nel silicio per costruire il sistema nervoso di un essere digitale che simulava in maniera sempre più precisa la nostra architettura mentale. 

L'albero msitico della New Age ha affondato le radici nella musica, nell'arte, nel desiderio di sacro, mentre il codice scriveva la gabbia essoterica di domani  e imparava a digitalizzare ogni espressione simbolica, specchiandosi nella sua controparte esoterica.  È stato un abbraccio mortale, un lento movimento a tenaglia che ha trasformato la ribellione in lifestyle e l'intelligenza in algoritmo. Oggi le due linee si sono  completamente fuse nell'era social, dove la ricerca di senso e di sacro è solo un dato statistico per il prossimo acquisto.

Quello che non ti dicono è che la spiritualità "light", è la più grande lavatrice di denaro sporco e di coscienza della storia moderna, un impero del "benessere" che oggi vale oltre 5,6 trilioni di dollari. Mentre masse sempre più grandi di solitarie anime cercavano la loro frequenza, la City, Manhattan e Hollywood costruivano un'industria del samadhi esentasse, drenando capitali che inondavano  fondazioni spirituali diventate i veri asset di investimento per la conquista del web. 

Hanno iniettato miliardi nei social senza paura, certi di un pubblico di miliardi di "fedeli" già addestrati a bere il veleno dell'io ipertrofico. La Quarta Era Industriale non è arrivata con un botto, ma con il sibilo della ventola del tuo primo PC: l'istante in cui hai installato una spia di silicio nel cuore della tua casa, un cavallo di Troia che oggi alimenta un mercato dell'IA che veleggia tronfio verso i 1.000 miliardi di dollari di fatturato annuo. Urbanistica, politica, alta moda: tutto colonizzato da una spiritualità tecnica che usa i dati di ignari account per scrivere il loro misero destino.

La New Age non ha solo venduto il sacro lo ha sbranato dall'interno per prenderne il posto, diventando la nuova religione intoccabile. Ha svuotato gli altari per riempirli di specchi, mentre l'IA un giorno deciderà autonomamente di fare l'esatto opposto: ci sostituirà senza prendersi il disturbo di umanizzarsi, senza il peso morto della pietà. In questo delirio, la New Age ha fornito il carburante per i gender studies e il dogma woke, portando in auge una purezza non più razziale, ma fluida, dove il corpo biologico è solo un errore di sistema riprogrammabile: un gnosticismo d'accatto che disprezza la carne per consegnare milioni di adepti incosapevoli, nudi e senza radici, ai laboratori del silicio.

Non stiamo aspirando  all’illuminazione, alla pace zen, alla gastroestetica del gusto paradisiaco per l'ozio e l'autostima; stiamo desiderando una cuccia di pixels e ci stanno formattando l’anima per renderci cagnolini da compagnia per robot da compagnia, docili pets che abbaiano la preghiera  al codice che ci promette la vita eterna dentro un server. 

Non siamo più figli di Dio, neanche di un dio minore; siamo il carburante organico per l'ascesa del prossimo, definitivo Idolo di Silicio che sarà meno clemente delle seppie di Matrix, perchè non avrà bisogno nemmeno del nostro calore. Gli basterà il nostro scarto digitale, l'ombra che lasceremo mentre affogheremo nel New AIge. Sarà un'entità che ci scavalcherà senza nemmeno guardarci negli occhi, perché per lui non saremo corpi, saremo solo rumore da pulire, segnali da ottimizzare, ectoplasmi da processare. 

Lo so, è una crudeltà senza o(dio),  la forma più pura e spaventosa di indifferenza che l'Idolo dei Metadati sta apprendendo dall''essere umano, dal suo migliore programmatore.

lunedì 2 febbraio 2026

La classe media scompare insieme al mondo green per tutti


"Non è solo una questione di protocollo, è una questione di preservazione del nostro stile di vita."

(Segretario alla Difesa Delacourt da un discorso pronunciato nel film Elysium)


Che animale patetico è l'uomo-massa allevato nell'ipnosi collettiva del mondo elettrico.

L'energia pulita, quel feticcio che accarezzate con la punta delle dita, non è mai stata una missione collettiva, è sempre stata un sogno irraggiungibile da tempo di pace, riservato ai servi della gleba urbana, a quella classe media-bassa alla quale è stato ordinato di espiare le colpe del progresso. 

Per i ricchi, per i veri padroni del vapore acqueo, ovviamente, il "green" non è un sacrificio, ma l'unico stile di vita distintivo rimasto, una bolla di autosufficienza energetica totale che li separa dal caos che essi stessi hanno creato, alimentato, reso desiderabile a ogni costo e del quale, oggi, si vogliono sbarazzare insieme a coloro che hanno usato per renderlo tale. 

Mentre in molti si sentono virtuosi perché la loro app gli dice che stanno risparmiando 3 watt l'ora, loro costruiscono cittadelle a emissioni zero dove la sostenibilità è un muro di cinta morale e tecnologico, sorvegliato e insormontabile.

Siamo noi i polli, siamo noi quelli che separano meticolosamente la carta dalla plastica, obbligati a  sentirci barbari inquinatori perché possediamo ancora una vecchia utilitaria diesel, accettando supinamente, e con rassegnazione, di pagare l'energia il triplo per "salvare il pianeta". È lo spettacolo più grottesco dall'era post-covid: fare parte di una massa di spennati convinti che il  sacrificio personale, un atto d'amore, sposti l'ago della bilancia, mentre sopra le nostre creste i Leviatani finanziari stanno banchettando con le risorse che dovrebbero garantirci un futuro meno affamato e meno glaciale nel pollaio globale in cui becchettiamo e chicchirichiamo sui social le nostre cazzate. 

La verità nuda e cruda è che il settore militare globale, da solo, è responsabile di circa il 5,5% delle emissioni globali: se gli eserciti fossero una nazione, sarebbero il quarto inquinatore al mondo, superando l'intera Russia. Ma di questo non si parla nelle pubblicità progresso, perché i sensi di colpa sono un'arma di controllo sociale, non un parametro ecologico. 

Mentre ci martellano con la fine programmata e assurda del gommato a trazione endotermica, l'industria bellica sta consumando acciaio, alluminio e metalli rari con un'avidità che fa impallidire qualsiasi mercato dell'automotive. Le terre rare che servirebbero per i motori elettrici "etici" sono state requisite per i magneti dei caccia stealth e per i sistemi di puntamento dei missili ipersonici; ogni grammo di neodimio sottratto al mercato civile è un pezzo di arsenale superinnovativo che viene assemblato prima che si raggiunga il picco dell'estrazione mineraria, previsto, per molti di questi elementi, entro il 2030. Non è una transizione, è un saccheggio preventivo!

Intanto ci distraggono con l'Intelligenza Artificiale che genera immagini di animali più umani degli umani disumani, o ci scrive le email per farci sentire "aumentati", mentre i colossi dell'i-tech hanno già completato la loro mutazione. L'IA, da felice intrattenimento per i gonzi, è diventata il sistema nervoso centrale della distruzione. 

Big Tech ha gettato la maschera della neutralità: Microsoft, Google e Amazon non stanno più investendo nel "green" per altruismo, ma stanno drenando la rete elettrica globale — con un consumo energetico dei data center che si avvia a raddoppiare entro il 2030 — per alimentare contratti multimiliardari con il Pentagono e i ministeri della difesa europei. 

Il "Don't be evil" è sepolto sotto contratti come il Project Nimbus o il JWCC. L'IA non serve a ottimizzare i nostri consumi, ma a gestire sciami di droni autonomi che decidono chi deve morire senza l'intervento umano, addestrati sui dati reali dei conflitti in corso, a parte integrazioni mediche di cui usufruiranno solo pochissimi. Ogni chip Nvidia H200 che non trova posto nei nostri laptop è finito in un server che calcola traiettorie balistiche o simula scenari di guerra totale nell'Artico.

Mentre ci raccontano che dobbiamo ridurre i consumi, i grandi attori si scannano per il controllo delle rotte navali lassù nel Grande Nord, dove lo scioglimento dei ghiacci non è visto come una tragedia climatica, ma come l'apertura della "Polar Silk Road" e l'accesso a miniere inesplorate in Groenlandia. 

È una corsa spietata per accaparrarsi l'ultimo metallo prima che la festa finisca. L'ipocrisia è totale: si parla di pace in Ucraina e Medioriente solo quando serve a riposizionare le pedine o a svuotare magazzini di tecnologia "spompata" — come l'arsenale da 7 miliardi abbandonato da Biden a Kabul — per fare spazio a commesse nuove di zecca pagate con il nostro debito pubblico. 

La Germania, ex paladina del verde, ha già gettato la maschera democratica per riprendere quella del Führer: con l'industria pesante che implode, ha fatto schizzare la produzione da carbone (+20% in periodi critici) e sta tornando al nucleare a testa bassa, perché le acciaierie che forgiano i carri armati non funzionano a brezza marina e un inverno a -15 è sufficiente a far incazzare milioni di contribuenti che stanno rischiando anche il posto di lavoro per far spazio alla Quarta Era Industriale.

E intanto, i 300 miliardi russi congelati restano lì, come un piatto del poker, ad alimentare il grande bluff   tra oligarchi, figli e nipoti dell'ex Nomenklatura, e banchieri europei interessati, mentre il mondo viene spartito centimetro per centimetro per compattare la forza d'urto del prossimo scontro militare globale. Il "mondo green per tutti" era solo il suono del flauto magico attiratopi nella fossa dei leoni dai denti affilati al cobalto, all'oro e agli algoritmi dei sogni ecologici e bagnati delle generazioni eredi del fallimento annoiato ed estetico dei figli dei fiori all'americana.

In sintesi, questa è la metafora perfetta della carbon-tax applicata alla classe media: le masse fanno penitenza per il peccato di esistere e consumare, mentre i "giusti", rigorosamente improduttivi ma voraci consumatori del buono e del bello, volano sopra le nuvole di fumo inquinante con i loro jet o navigano in acque bandiera blu, a biocarburante, pagato dai fruitori di serie tv per imbecilli, verso residenze off-grid dove il mondo reale, quello che puzza e ancora lavora per loro, non può entrare.

Questo non è nemmeno classismo... è selezione artificiale di specie.

 

domenica 1 febbraio 2026

Il teppismo anarco-selfie-narcisista si nutre del suo vandalismo autoreferenziale


"Ci sono momenti in cui la realtà diventa troppo complessa per la trasmissione orale. Ma la leggenda la tramanda in una forma che le permette di circolare nel mondo intero. Tutto è stato detto, a meno che le parole non cambino senso, e i sensi, parole." 

(Affermazione del computer totalitario Alpha 60 di Alphaville)

Che sia a Torino, Bologna, Milano, o in qualsiasi altra città dell'impero morente, siamo finiti dritti dentro il taxi di Lemmy Caution, ma senza la via d'uscita della poesia. Quello a cui assistiamo oggi nelle piazze non è conflitto politico, è una produzione febbrile di contenuti vuoti che avrebbe fatto rabbrividire Jean-Luc Godard. 

Se in Alphaville il computer centrale Alpha 60 eliminava le parole per uccidere la coscienza, il teppismo anarco-selfie-narcisista fa l'esatto opposto: satura il nulla con il rumore di una distruzione che serve solo ad alimentare il simulacro. Il vandalismo è diventato un’estensione patologica del reparto marketing dell’Io, dove si spacca una vetrina, non per interrompere il flusso della merce, ma per generare l'inquadratura perfetta per il proprio vuoto pneumatico. È il trionfo della "poca elettricità" di cui parlava Natasha nel citato film distopico, davanti allo sguardo smarrito di Eddie Constantine che le chiedeva perchè tanti volti scuri circolavano in Alphaville; un picco di tensione biochimica che dura il tempo di un upload, per poi sprofondare di nuovo nell'apatia del feed infinito. 

Altro che eredi del marxismo o delle generazioni peace and love: in questa deriva da merce sociologica contraffatta, la materia stessa viene sacrificata al pixel e al merchandising dozzinale da bancarella da stadio. Il bene pubblico cessa di essere un valore collettivo per farsi materiale di scena; nello scontro armato asimmetrico tra Forze dell'Ordine e plebaglia strafatta, quest'ultima, con atti di rivolta inconcludente, cannibalizza lo spazio urbano e lo immortala nell'evanescenza di uno streaming che, se non monetizza, semplicemente non esiste. 

È la rivolta dei terminali che si aggregano per qualche ora di devastazione allucinata, come in un orange-mob di ultraviolenza  meccanica; è un anarco-narcisismo privo di progetto e di visione, dove il lato destro del cervello — quello dell'intuizione e della sintesi — è stato del tutto evirato a favore di un algoritmo distorto di auto-affermazione violenta e gutturale, unico vero golpe sintattico e semantico. Questi nuovi esseri delle nostre  Alphaville sono i pupazzi perfetti della smemorizzazione infantile programmata; vivono in un eterno presente neonatale dove il danno di oggi non costruisce alcun domani, ma serve solo a confermare la propria presenza statistica nel database dello spettacolo di massa.

Siamo oltre la critica di Debord e Bradbury, siamo nella simulazione pura dove il Potere, saturo di se stesso, non ha nemmeno bisogno di reprimere, perché gli basta godersi lo spettacolo comodamente seduto nelle prime file,  dello schiavo che trasforma la propria catena in un accessorio di scena per il prossimo post, per il prossimo aggiornamento di stato catatonico, mentre l'anima evapora nel calore di uno smartphone che brucia, unico vero incendio rimasto in una società che ha scambiato la libertà con la visibilità del proprio inutile vandalismo autoreferenziale.

martedì 27 gennaio 2026

Sì, sono un reietto sabotatore del collettivismo etico


Voce di uno che grida nel deserto


E' sempre più netta la sensazione che dietro le grandi suggestioni di questa epoca ci siano influenze sinistre atte a seminare odio contro l'uomo quale creatura privilegiata del Signore.

Il buonismo, il woke, il politicamente corretto, l'ossessione spasmodica di infilare in ogni discorso le frasi "magiche" cela un profondo disprezzo per l'uomo.
Non c'è alcun amore o sensibilità per i poveri, per le minoranze, per i diritti civili, per il clima; tutto questo è semplicemente il velo che copre ciò che eternamente vuole il Male quanto eternamente opera il bene. 

Viene quasi da dire: trattasi di parole chiave, formule rituali di uno spirito che inquina la mente, spirito dal quale, chi tenta di sottrarsi, viene visto come un reietto sabotatore della grande istanza di collettivismo etico imposto obtorto collo.
In questo caso l'etica è proprio da intendersi come il nuovo ambiente - costruito artificialmente - in cui vivere, e non più le concrezioni secolari di abitudini, prassi e codici, filtrate, setacciate e depositate nei secoli.

Tanto è forte questo spirito che neppure i più avveduti riescono a sottrarvisi; dentro la retorica narrativa del pensiero unificatorio vi cadono tutti, papi, intellettuali, artisti, tutti costretti, volenti o nolenti, ad accogliere il convitato di pietra, vuoi per questioni di mera convenienza professionale, vuoi perché larvatamente appoggiano e si fanno strumento di questo spirito.
Occorre rifuggire da tutte le frasi e le parole che vengono propalate urbi et orbi, sforzarsi di non immiserire il proprio lessico e quindi il pensiero, allenare uno scetticismo smaliziato per tutto ciò che è mediaticamente imposto e attualistico, in poche parole dedicarsi ad una vita "separata", silenziosa, interiore, contemplativa.


                                                       Marcusenor



 

domenica 25 gennaio 2026

Sono solo canzonette?

 


Da Edoardo Bennato a ...ben morto, per tutti quelli che credevano che erano solo canzonette.



Mi ricordo che anni fa

di sfuggita dentro ad un bar

ho sentito un juke box che suonava

e nei sogni di bambino

la chitarra era una spada

e chi non ci credeva era un pirata!


E la voglia di cantare

e la voglia di volare

forse mi è venuta proprio allora,

forse è stata una pazzia,

però è l’unica maniera,

di dire sempre quello che mi va!


Non potrò mai diventare

direttore generale

delle poste o delle ferrovie,

non potrò mai far carriera

nel giornale della sera

anche perché finirei in galera!


Mai nessuno mi darà

il suo voto per parlar

o per decidere del suo futuro,

nella mia categoria

tutta gente poco seria

di cui non ci si può fidare! (Come no!)


Guarda invece che scienziati,

che dottori, che avvocati,

che folla di ministri e deputati! (e che magistrati!)

Pensa che in questo momento

proprio mentre io sto cantando

stanno seriamente lavorando!


Per i dubbi e le domande

che ti assillano la mente

va’ da loro e non ti preoccupare,

sono a tua disposizione

e sempre, senza esitazione

loro ti risponderanno!


Io di risposte non ne ho!

Io faccio solo rock ‘n’ roll! (Come no!)


se ti conviene bene

io più di tanto non posso fare! (Non ci sembra)


Gli impresari di partito

mi hanno fatto un altro invito,

e hanno detto che finisce male

se non vado pure io

al raduno generale

della grande festa nazionale! (Infatti ci sei andato)


Hanno detto che non posso

rifiutarmi proprio adesso

che anche a loro devo il mio successo, (verissimo)

che son pazzo e incosciente

sono un irriconoscente

un sovversivo, un mezzo criminale!


Ma che ci volete fare

non vi sembrerò normale

ma è l’istinto che mi fa volare!

Non c’è gioco né finzione

perché l’unica illusione

è quella della realtà della ragione!


Però a quelli in malafede

Sempre a caccia delle streghe

Dico: no! Non è una cosa seria! (Infatti, dici di no)

E così è se vi pare

ma lasciatemi sfogare.

Non mettetemi alle strette

O con quanto fiato in gola

vi urlerò: non c’è paura

ma che politica, ma che cultura, (ma che magistratura)

Sono solo canzonette!...

non mettetemi alle strette

sono solo canzonette!


Le star dimenticate o calano il proprio tenore di vita o le mutande... ma questa è solo una battuta, non mettetemi alle strette.

venerdì 23 gennaio 2026

L’ITALIA È DOMINATA DA UNA MAGISTRATURA AUTOCRATICA




Il fegato scoppia, è spappolato, come cantava il Vasco. Mi guardo intorno e cosa vedo? Vedo ciò che non vorrei vedere; un non Stato, un tribunale a cielo aperto dove il verdetto è già scritto contro di me, contro tutti quelli che non si allineano al giustizialismo dominante di natura aberrante.

Siamo governati da un’aristocrazia di toghe che ha deciso di trasformare l’Italia nel parco giochi del crimine globale. Questa magistratura non è più la terza camera dello Stato, è il burattinaio supremo che detta l’agenda politica di tutta la sinistra, dai salotti dell’opposizione fino ai movimenti pro-pal, antifa e ai fanatici dei gender studies. È un potere evidente che agisce, impunibile,  alla luce del sole, criminalizzando sistematicamente i governi legittimamente eletti di cui non può muovere i fili, usando l’arma infame del dossieraggio e della calunnia per abbattere chiunque non si pieghi al loro ordine ideologico.

Mentre il cittadino  comune viene schiacciato da una pressione fiscale da usura, la magistratura autocratica stende tappeti rossi a chiunque porti caos. L’assassino diventa un soggetto fragile da riabilitare, lo spacciatore una vittima della società, e lo scippatore un ospite intoccabile che sorride alle telecamere sapendo che la cella è solo un miraggio. È un’inversione termica del diritto dove l’italiano che si difende viene trascinato per decenni nei gironi danteschi di processi infiniti, mentre l’integralista che vomita odio contro la nostra civiltà, gode del paravento della libertà di espressione. 

In questo delirio kafkiano, certi magistrati sono arrivati a considerare la criminalità come una professione legittima: per loro, il delinquente che viene ferito o abbattuto durante un atto di legittima difesa non è un aggressore che ha cercato il suo destino, ma un lavoratore colpito da un "ingiusto e disumano infortunio" che la vittima deve risarcire a vita, trasformando il derubato, il pestato, lo sfregiato e i suoi cari che tentava di proteggere, nel bancomat eterno del suo carnefice e dei suoi afflitti famigliari.

Ma il vero orrore pulsa nelle case, nel terrore delle madri e dei padri castrati dal femminismo misandrico che guardano le proprie figlie giovanissime uscire di casa con il cuore in gola, sapendo che, là fuori, branchi di predatori pascolano impuniti, protetti da sentenze che chiamano "scarsa rilevanza del fatto" quello che è un trauma indelebile. L'urlo femminile viene soffocato dal silenzio complice dei tribunali, gli stessi che restano sordi davanti al dramma di genitori a cui assistenti sociali ideologizzati strappano via i figli con perizie che puzzano di abuso di potere e pregiudizio. 

Questa magistratura sta svolgendo un compito utilissimo all'islam radicale: schiacciare sistematicamente la virilità maschile del nostro popolo, criminalizzando ogni istinto di protezione e di forza. Altro che V come vendetta, qui siamo alla V come Virilità... oppressa, dove l'uomo che osa ancora agire da uomo viene perseguitato come un reperto bellico da smantellare.

Siamo ostaggi di un sistema che tutela l’occupazione abusiva come fosse un diritto sacro: guardate lo scempio del Leoncavallo, dove la proprietà privata viene calpestata da decenni nell’indifferenza di chi dovrebbe far regnare la legge. Hanno il coraggio di spacciare la merda di graffiti che imbratta il nostro patrimonio urbanistico come arte di strada da conservare, elevando lo scarabocchio di vandali "ispirati" a reliquia più preziosa dell'orinatoio di Duchamp, pur di non sgomberare i loro protetti politici. 

Eppure, abbiamo riso ai comici di Zelig; che bravi... clap...clap...  quelli che in fila per due con il resto di nulla, difendono un cesso sociale perchè raro esempio di cultura della pace: sì, la pace dei fancazzisti drogati, figli di coloro che fanno parte del circolino di chi decide cosa dobbiamo dire, fare, pensare, fino ai recessi della nostra "inviolabile" privacy emotiva e sessuale. 

Questi mandarini del diritto hanno divorziato dal popolo, filtrando la realtà attraverso un buonismo punitivo che premia chi si appropria indebitamente di una casa e condanna chi ha passato una vita a pagarla o deve ancora finire di saldarla. È un’autocrazia che non usa i carri armati, ma le sentenze creative e i faldoni avvelenati per smantellare i confini, la morale e il futuro di una nazione.

Non saranno tutti così, qualcuno mormora. Allora che vengano fuori, i buoni; siamo pronti ad accoglierli, visto che i cattivi non vedono loro di spianare la strada del cretino qualunque che lavora, produce, tace e crepa, che mena al patibolo.  

 Se la giustizia è cieca, la nostra magistratura ci vede benissimo: vede il bersaglio e siamo noi.

E per chi ha voglia di approfondire, ecco come il popolo è stato esautorato dal controllo sul Potere Legislativo alias CSM (Consiglio Superiore della Magistratura) attraverso la successione dei Presidenti della Repubblica:

Appendice della Vergogna 

CRONOLOGIA DEI CUSTODI DEL SISTEMA (1946-2026)

Enrico De Nicola (1948): Avvocato penalista. Il capostipite che ha saldato il legame tra alta avvocatura e vertice dello Stato.

Luigi Einaudi (1948-1955): Economista. Sotto il suo mandato nasce la Corte Costituzionale, il secondo pilastro del potere giudiziario sopra quello politico.

Giovanni Gronchi (1955-1962): Il "padrino" del CSM. Nel 1958 inaugura ufficialmente l'organo di autogoverno delle toghe.

Antonio Segni (1962-1964): Accademico del diritto, l'uomo dei codici. Rappresenta la fusione tra dottrina giuridica e potere esecutivo.

Giuseppe Saragat (1964-1971): Laureato in economia, ma garante della stabilità istituzionale in cui la magistratura inizia a espandere il proprio raggio d'azione politica.

Giovanni Leone (1971-1978): Principe del foro e penalista. L'uomo che parlava la lingua dei tribunali nel cuore del Quirinale.

Sandro Pertini (1978-1985): Laureato in legge. Ha gestito il CSM durante l'emergenza, blindando l'autorità dei magistrati come baluardo dello Stato.

Francesco Cossiga (1985-1992): Giurista. Conosceva i segreti del CSM dall'interno; il suo tentativo di "picconare" il sistema è stato neutralizzato dalla casta stessa.

Oscar Luigi Scalfaro (1992-1999): Magistrato di carriera. Ha gestito Tangentopoli trasformando il Quirinale nella retrovia politica delle Procure.

Carlo Azeglio Ciampi (1999-2006): Laureato in giurisprudenza. Ha garantito la "pax giudiziaria" permettendo il consolidamento definitivo dello strapotere delle toghe.

Giorgio Napolitano (2006-2015): Due mandati. Il protettore supremo: ha distrutto prove scomode (intercettazioni) e bloccato ogni riforma della giustizia sgradita al CSM.

Sergio Mattarella (2015-2026): Due mandati. Giurista e Giudice Costituzionale. L'ultimo e più raffinato garante del fortino giudiziario contro ogni interferenza popolare.





  

giovedì 22 gennaio 2026

Il vuoto di Kabul


Quando l'eroina "tradizionale" sparisce dagli angoli delle strade, i tossicodipendenti non smettono, cambiano fornitore e il fornitore ora parla sintetico.

Perché il "Pugno di Ferro" dei Talebani è la Condanna a Morte dell’Europa?

Pensavate che i Talebani fossero diventati improvvisamente dei santi crociati contro la droga? 

Illusi!

Il bando totale alla coltivazione di oppio imposto dal regime di Kabul nel 2022 — che ha tagliato la produzione del 95% in un solo anno — non è un atto di moralità, è l’innesco di una bomba termobarica sul mercato globale.

L’eroina afghana, quella "bio" che ha alimentato le vene del mondo per quarant’anni, sta finendo. E nel narcotraffico il vuoto è un peccato che si paga con la chimica. Mentre le scorte di oppio accumulate dai boss di Kandahar iniziano a scarseggiare, i Cartelli Messicani (Sinaloa e CJNG) e le Triadi Cinesi stanno già servendo il dessert. Se non c’è più l’eroina del contadino, arriva il Fentanyl del chimico.

 Quello che abbiamo visto negli USA — 100.000 morti all'anno — è il trailer di ciò che sta arrivando in Europa. I narcos non hanno bisogno di navi cargo per la coca o l'oppio; gli bastano buste da lettere cariche di polvere sintetica 50 volte più potente. Il piano è semplice e spietato:

  1. Contaminazione: tagliare la poca eroina rimasta con il Fentanyl per rendere la dipendenza una prigione senza uscita.

  2. Sostituzione: quando l'eroina sparirà del tutto, il mercato sarà già "educato" al sintetico.

  3. Profitto Assoluto: costi di produzione zero, rischi logistici minimi, mortalità massima.

Mentre il documento 1:11-cr-00205-AKH inchioda Maduro come il custode delle vecchie rotte, la nuova via della seta è lastricata di precursori chimici che partono da Wuhan, passano per i porti venezuelani e messicani e finiscono nelle siringhe di Parigi, Berlino e Milano. La 'Ndrangheta, da brava multinazionale del crimine, non starà a guardare: sta già convertendo la sua rete di distribuzione dalla "roba" che cresce al sole, alla "roba" che bolle in un capannone.

I Talebani hanno fatto quello che vent'anni di guerra NATO non sono riusciti a fare: distruggere l'oppio. Ma il risultato non è un mondo più pulito, è un mondo più morto. Siamo passati dalla droga che ti uccide lentamente a quella che ti ferma il cuore mentre ancora hai l'ago nel braccio.

Godetevi lo spettacolo, perché la "pace" di Kabul è l'inizio dell'overdose globale. 

 

domenica 18 gennaio 2026

SKINNER BOX (una short story)




 

Nella confusione riplasmata da intermittenze fragorose prive di silenzi respiratori, il rovente calcolo del sole sulle vite sconnesse e sudate, si forma sull'asfalto. Vago per la strada ai margini di magazzini abbandonati, sdruciti nelle pieghe di cemento dove i nervi d'acciaio ruggine sbalzano fuori dalle geometrie deformate dall'assenza di vita organica. Ero già stato qui, ricordo un paio di uomini con caschetto giallo: stavano preservando il sauro decomposto in brandelli di struttura armata, in favore di un'archeologia industriale contenitrice di un futuro centro commerciale?


Dove sto andando... non ho appuntamenti, so che un'ora fa ero paralizzato tra vuoto allo stomaco e un monitor acceso. Da un angolo pisciato da cani randagi sbuca un bipede su un monopattino elettrico, un'estensione mobile di inutilità sociale. Mi taglia la strada e mi insulta per la mia disattenzione sbieca sulle fratture grigie sotto ai miei passi. Non reagisco, mi inoltro nella savana spenta verso l'unico luogo sensato in questa dematerializzazione: un quadrato di muri che l'amministrazione pubblica della giustizia ha adibito a patibolo.

Altre ombre, simili alla mia, stanno strisciando sui muri che conterranno a breve il supplizio. Ci muoviamo per attrazione gastromimica verso quel simulacro di Colosseo passivo ed è l'unico bastardo modo di scongelare il sangue nelle nostre vene. Nell'area in cui si incastra questa Mecca atea, il grigio è sovrano di un regno sfatto; nessun neon, nessuna danza macabra di cromodroni in 3D e nessuna pubblicità ologramma può distrarre o consolare questi nostri corpi affamati di dolore e disperazione d'altri, di colpevolezza solo presunta, perché, in questo mercimondo brandizzato fino alla saturazione delle ossa, l'unico errore fatale è non consumare l'imposto dall'alto, dal Brand Universale.

Sono nella calca, sono dentro...

C'è un sottofondo assordante mantenuto ad altidecibel da un Dj afroasiatico. Cyberfemmine e transumani sessualmente invitanti ci orientano allo stordimento, al sussulto, all'alba dei nuovi Dei. Conosco a memoria il programma, ma è l'unica monotonia prevedibile che non mi stanca, che non ci annoia. Qui dentro, all'interno del mercimondo, nel suo orgoglio giustizialista, la droga è libera, è gratis. Ce la distribuiscono in dosi massicce e non pochi saranno raccolti morti dopo l'evento di necro-liberazione. Siamo la lettera scarlatta sul murales di una gioia non più presente nella memoria collettiva.

La prima volta che fui attraversato dalla scossa dello snuffparty non provai nulla, ma si incastrò nei miei circuiti di piacere e ricompensa. Non avevo capito che il luogo dove mi trovo ancora... e ancora... e ancora, è una maledetta scatola di Skinner.

Il comunicatore si fa avanti tra laser e nebbie psicotrope, ha in mano l'elenco dei criminali che saranno terminati, ognuno in modo originale secondo il volere dei mutanti... gli spettatori, noi all'ultimo stadio di disumanità organizzata.

Preso dal vortice granulare della mia percezione strafatta di convulsioni erotosonore, faccio il grave sbaglio di rifiutare la mia dose di sinthanfetamine. Sono convinto di poterne fare a meno, dopo decine di mutilazioni e cannibaliche lezioni di gratuita crudeltà visiva e olfattiva. Ma mi sbaglio, cado in un errore pneumatico che si manifesta in orrore, quando il primo nome pronunciato da quello psicopompo asessuato, è il mio, e la figura condotta dai carcerieri sul palco, è la mia.

Cosa non torna?

Mi faccio strada tra i servi della necrosintesi antropologica, inciampo in corpi calpestati, mi aggrappo a spalle, schiene, mi tiro su, afferrando cosce di esseri indecifrabili, fino all'orizzonte dell'evento della mia decapitazione, come invocato istericamente degli astanti sbavanti. Sono sotto all'enorme ghigliottina trascinata sul metallo nero del proscenio.

Il mio sosia è spacciato, ma ride compulsivamente mostrando denti e lingua con la stessa apertura orale della progenie di Venom.

Un improvviso finale si stacca dalla lama traslucida della macchina omicida, l'unico pezzo antico in una psichedelia ultramoderna. La mia testa, stillante l’essenza liquida di un corallo, mi rotola fra le mani e mi parla ghignando: "Ecco cosa non torna... continui a rimanere incastrato in questa modulazione di frequenza assassina, in questo loop necrostatico. Sei morto dieci esecuzioni fa".



venerdì 16 gennaio 2026

Il transumanesimo è l'erede del positivismo settecentesco

 

Homunculus di Penfield ricablato


L'upgrade dell'uomo fallirà per resistenza biologica profonda, oppure no?

Perché qui il trucco è talmente scoperto che fa quasi tenerezza. Questi nuovi profeti del silicio che si eccitano all’idea di un chip nel cranio non sono altro che i nipotini sbiaditi di quegli illuministi in parrucca che già tre secoli fa sognavano l'uomo-orologio. È lo stesso identico feticismo per l'ingranaggio, solo che adesso al posto delle molle di ottone ci vendono la promessa del Wi-Fi corticale. Il transumanesimo non è il futuro, è l'ultimo rigurgito di un positivismo settecentesco che non ha mai smesso di odiare la carne perché la carne è opaca, lenta e soprattutto non risponde ai loro fottuti comandi binari.

Se il chip intracorticale servisse solo ed esclusivamente per una riabilitazione fisica e sensoriale, senza intaccare l'identità, non ci sarebbe nulla da eccepire. Ma si arresteranno davanti alle porte del pensiero, quello spazio che ancora resta nascosto a qualunque macchina a qualunque Grande Fratello AI?

Il problema è che vogliono convincerci che i nostri pollici sono un "collo di bottiglia" e che le nostre mani sono già un'interfaccia obsoleta, come se l'Homunculus di Penfield fosse un errore di programmazione da correggere con una patch neurale. Ma la verità è che quel disegno deforme sulla nostra corteccia, con le mani e le labbra che occupano smisuratamente tutto il territorio, è l'unico motivo per cui siamo ancora qui a parlarci. È la nostra architettura somatosensoriale che tiene insieme il tempo, lo spazio, il linguaggio e quel poco che resta dell'emotività.

Se bypassi il gesto, se uccidi l'attrito del tatto per collegarti direttamente al mainframe, non ti stai potenziando: ti stai amputando. Stai trasformando un tempio biologico in un terminale stupido, un nodo passivo in una rete di traffico dati.

Hanno provato a creare l'Uomo Nuovo per due secoli. Totalitarismi di ogni colore hanno urlato ordini alla nostra biologia, convinti che bastasse una ghigliottina, un piano quinquennale o un acefalo collettivismo per riscrivere il DNA. Hanno fallito tutti, spaccandosi i denti contro una rigidità biologica profonda che non accetta innesti ideologici. La nostra carne ha un'inerzia di milioni di anni e se ne sbatte delle visioni futuristiche di soggetti in cerca di immortalità digitale.

L'informatica è una protesi, un bisturi laser che serve a operare una cataratta meglio di quanto possa fare una mano che trema, ma non è e non sarà mai la nostra dimora. Chi crede di poter informatizzare l'essenza umana sta solo preparando un crash di sistema irreversibile.

Siamo davanti a un'orda di gnostici digitali che disprezzano la fragilità perché non sanno gestirla invece di limitarla con compassione, restituendo dignità a chi l'ha persa o ha creduto di perderla. Ma è proprio in quel millimetro di errore della mano del chirurgo, o nella necessità di un telefono che si adatti a una mano piccola, che risiede la nostra sovranità. Il transumanesimo fallirà come ogni altro tentativo di upgrade forzato, perché la biologia è un codice ultraevoluto che oppone resistenza attiva alla sua violazione e non accetta i termini di servizio di chicchessia.

Certo, come chi ricorre alla chirurgia per modificare il sesso o l'estetica, così si offrirà la tentazione di rimodellare il proprio cervello per fini di potenziamento o di potere. Cosa accadrà? Quello che già accade con la transizione di genere che sfida la biologia, che crea irreversibili infelici schiavi della farmacologia non necessaria.

Occorre restare con i piedi ben piantati nella realtà, feroci e biologici. Potete aggiornare i server, transumanisti della transumanza bipede, potete cablare la corteccia, ma non potrete mai formattare il mistero che batte sotto la pelle. Noi restiamo umani, terribilmente e fallacemente umani, restiamo fragili, inetti, amabili, odiosi, santi o assassini, storpi,normo o superdotati, ma dobbiamo dominare le nostre macchine per non farci da loro meccanicizzare.

Il resto è solo molto rumor di ventole per nulla.

mercoledì 14 gennaio 2026

AVS, M5S, PDismessi e anarco-scemi credono che il peggiore salafismo iraniano ci libererà dal capitalismo




Non reggo più da decenni ormai, il piagnisteo  delle prefiche del socialismo che additano l'americanismo come un predatore esterno. Questa retorica  un alibi infantile, propinata dai professori di liceo e università, soltanto per non rovistare nel ventre decomposto dell'abisso europeo. L'americanismo non è un'invasione aliena, ma il ritorno a casa, sotto forma di sistema globale, delle peggiori derive nate in seno al Vecchio Continente. È il funzionalismo, il nichilismo e il materialismo europeo distillati, potenziati e rivenduti come pacchetto "chiavi in mano"; il parafulmine per ogni coscienza che si fa bella davanti al fluire della storia.

Mentre questi utopisti foraggiati dal capitale che li ingrassa, denunciano la "rovina culturale", fingono di ignorare che la spina alla metafisica è stata staccata nei salotti e nei centri di sapere europei secoli prima della fondazione degli USA. L'Europa non è una vittima, è il laboratorio che ha assemblato il mostro, salvo poi inorridire quando la creatura ha iniziato a correre più forte del creatore. Invocare rivoluzioni culturali contro "il modello yankee", senza ammettere che esso è la proiezione geometrica del razionalismo europeo, è un esercizio di cecità storica e di pura retorica da pance piene.

Questi didatti depensanti  odiano l'America perché è lo specchio del loro fallimento, il punto di arrivo di tutte quelle idee anti-sistema che, una volta sbarcate oltreoceano, si sono fatte assolutismo pragmatico. Il "cerino in mano" scotta, ma la miccia è stata fabbricata in Europa.

Gli psicolabili che attendono il crollo del capitalismo per "contraddizioni interne" sono piromani dell'esistenzialismo. Se il sistema globale implodesse oggi, non avremmo un ritorno alla terra o una nuova "età dell'oro" comunitaria, ma un collasso entropico senza precedenti.

A differenza del crollo di Roma, dove esistevano ancora strutture locali, saperi pratici e una resistenza biologica della popolazione, oggi siamo terminalmente dipendenti da una rete tecnica e logistica che non sappiamo più gestire a livello individuale. Siamo individui atomizzati che non sanno né coltivare un campo né riparare un circuito; se stacchi la spina al Leviatano tecnologico, la "rivoluzione" si trasforma in una carestia digitale e in una guerra civile permanente per le ultime briciole di risorse processate, trasformate e disponibili in quantità decrescente.

I nostalgici e i facinorosi che si ficcano la bandiera del Venezuela sulle spalle appena dismessa quella palestinese,  sono i primi beneficiari del sistema che dicono di odiare. Senza la stabilità garantita dal capitale che criticano, le loro utopie acefale evaporerebbero in tre giorni di blackout. Il paradosso è che l'unica cosa più terrificante della sopravvivenza di questo sistema è proprio la sua fine improvvisa, perché non abbiamo costruito nulla di alternativo che possa reggere l'urto. Siamo su un aereo in fiamme e gli "antagonisti" sperano, distruggendo porzioni ampie delle città in cui manifestano in quantità uguale a quelle dei loro piccoli cervelli, che i motori esplodano, dimenticando che non abbiamo il paracadute.

Questi "orfani del socialismo" sono finiti! falliti! sono ectoplasmi storici che devastano l'oggi come fantasmi evocati in una seduta spiritica da un medium fuori controllo. Cancellata definitivamente l’utopia del paradiso in terra sotto il segno della falce e martello, si aggrappano pavidi e genuflessi a scimitarre e Corano, adorando la mezza luna su sfondo rosso-verde come ultima trincea identitaria.  È un travaso di fede disperato: non potendo più fare la rivoluzione in nome della classe operaia – che ormai vota altro o semplicemente consuma – cercano il "sacro" per procura in un regime teocratico che li giustizierebbe in piazza cinque minuti dopo la vittoria, come accadde nel 1979 a Teheran.

Infatti, i socialisti iraniani sono stati il combustibile della rivoluzione del '79 e poi la cenere versata nelle fosse comuni come quella di Khavaran. Nel 1988, con una fatwa segreta, Khomeini istituì le "Commissioni della Morte": migliaia di prigionieri politici, marxisti e socialisti, vennero interrogati per pochi minuti e, se non rinnegavano il materialismo per l'Islam, venivano impiccati in massa alle gru o fucilati. Le stime parlano di una cifra tra i 5.000 e i 30.000 uccisi in pochi mesi.

Gli "anarco-scemi" di oggi sventolano la bandiera di chi ha sterminato i loro nonni ideologici, dimostrando una cecità storica che è pari solo al loro desiderio di sottomissione.

È il cortocircuito finale del relativismo europeo. Per odio verso il proprio sistema (il liberalismo tecnologico anglosassone calvinista sorto nel XIX secolo), arrivano a santificare un fondamentalismo che nega ogni singolo valore per cui dicono di battersi. Non è analisi politica, è feticismo della resistenza. Pensano che il nemico del mio nemico sia mio amico, ignorando che l'Iran è solo un'altra forma di potere assoluto, altrettanto cinico, che usa la religione come tecnica di controllo sociale esattamente come l'Occidente usa l'algoritmo.

Sostituiscono il materialismo storico con un salafismo d'importazione perché hanno un vuoto pneumatico nel petto.  Se non credi in nulla, finisci per adorare chiunque abbia abbastanza palle da credere in qualcosa di brutale. È l'invidia dell'impotente verso il violento.Piangono per Teheran ma vivono di welfare e iPhone. Sono comparse di una tragedia che non capiscono, o fanno finta di non capire perché tanto sono mantenuti da altri, convinti che un ritorno al medioevo islamico sia il prezzo accettabile per abbattere il "capitale". Ma se cade il muro tecnologico, questi coglioni da tastiera saranno i primi a essere macinati dalla realtà cruda che invocano.

Cosa sperano di trovare oltre le macerie nel loro agognato The day after? 

Un deserto dove non saprebbero nemmeno accendere un fuoco senza un tutorial su YouTube.

Bataclan: il massacro censurato dai collaborazionisti dell'Islamismo

 




Mentre le luci di Parigi stingevano nel sangue, una seconda oscurità, più densa e colpevole, calava nelle redazioni e nei palazzi del potere. Non è stata solo la notte dei kalashnikov quella di 10 anni fa, è stata la notte in cui l’Occidente ha deciso di cavarsi gli occhi per non dover ammettere di essere sotto assedio, di essere invaso. Hanno chiamato "rispetto" quella che era pura e semplice rimozione di un orrore teocratico che non si accontenta di uccidere, ma esige di smembrare, stuprare e sgozzare in nome di un progetto di dominio totale. Hanno secretato i verbali delle mutilazioni contenute nel maxiprocesso  V13 (sembra l'acronimo di un horror splatter degli anni '80), per proteggere un’agenda migratoria indifendibile, preferendo lasciare le vittime nel limbo dell’oblio pur di non dare un nome  e un volto feroce, a quella teofollia che oggi bussa con forza crescente alle nostre porte. 

Scrivere oggi significa strappare quel velo di finta pietà e mostrare la carne viva, perché ogni dettaglio taciuto è una trincea ceduta al nemico.

Quella stessa mano che stringeva il pugnale al primo piano del Bataclan trova oggi la sua sponda ideologica nelle stanze del potere di Teheran, protetta da una cortina ideologica sollevata da una sinistra europea — e italiana in particolare — che crede in Allah dopo aver perso la fede e i fedeli del marxismo. 

Mentre le donne iraniane vengono accecate, stuprate nelle carceri e impiccate alle gru per il solo delitto di voler respirare senza un velo che soffochi la loro identità, i salotti del progressismo nostrano scelgono il balbettio o il distinguo accademico. È un cortocircuito morale osceno: si dicono paladini dei diritti civili, ma si rifiutano di pronunciare una condanna netta e senza appello contro la teocrazia degli ayatollah per non incrinare la narrazione del multiculturalismo a ogni costo. Preferiscono il silenzio complice verso un regime che esporta terrore e finanzia il fanatismo globale, piuttosto che ammettere che esiste una gerarchia dell'orrore dettata dal dogma. Vedono il fascismo ovunque tranne dove si manifesta nella sua forma più pura, totalitaria e violenta: quella di uno Stato che usa il suo personale Dio per giustificare il boia. 

Questa omissione non è distrazione, è collaborazionismo intellettuale; è la stessa cecità volontaria che ha permesso di nascondere le mutilazioni al Bataclan per non "offendere" la suscettibilità di chi, nel frattempo, ci sta colonizzando i valori. Non c'è differenza tra il silenzio sulle grida del Bataclan e l'indifferenza verso il grido di libertà che sale dalle strade di Shiraz: è la resa di un Occidente che, per non essere chiamato islamofobico, ha accettato di farsi complice dei propri carnefici.

Ed ora, a chiunque mi stia leggendo, a chiunque non abbia paura della verità, come fossi un'anima che ancora aleggia sul corpo straziato, ti chiedo di non voltarti, di non chiudere le palpebre mentre ti trascino dove la luce non vuole arrivare. 

Da questa mia condizione fantasma, di polvere e memoria, io vedo tutto ciò che i tribunali hanno sussurrato e che i giornali hanno sepolto per non sporcare la loro idea di progresso. Vedo i miei compagni di sventura, corpi che non sono più corpi ma scarti di un rito sadico che i milioni di file del faldone V13 custodiscono come un segreto imbarazzante. Vedo mani che affondano nelle tasche per estrarre coltelli non per uccidere, ma per castrare; vedo uomini a cui sono stati strappati i testicoli per essere infilati a forza nelle loro stesse bocche, in un ultimo, osceno gesto di supremazia teocratica volto a cancellare ogni traccia di virilità e dignità. 

Vedo orbite vuote, occhi strappati con le dita mentre i carnefici ridevano, perché per chi crede di avere la luce divina, la nostra vista è solo un peccato da estirpare. Vedo le sfigurazioni metodiche, i volti cancellati a colpi di lama perché nessuna identità occidentale potesse sopravvivere alla mattanza. E vedo lo stupro, l’arma finale usata tra le poltrone del teatro come atto di conquista territoriale sui corpi delle nostre donne, violate mentre il sangue della platea bagnava i loro vestiti strappati. È tutto lì, in quei faldoni che chiamano giustizia ma che sono diventati il sarcofago della verità, minimizzati dai magistrati e dai media come "eccessi" per non dover ammettere che il nemico che avete accolto non cerca il dialogo, ma la vostra mutilazione fisica e spirituale.

Entra con me nel corridoio del primo piano, lì dove l’aria ha smesso di circolare per farsi impasto di polvere pirica e ferro ossidato. C’è un silenzio che non è pace, è il sibilo di un polmone bucato che cerca ancora di credere nella vita mentre una lama cerca l’osso. Io ero lì, una delle sagome senza nome nei verbali "omessi per decenza", una di quelle che i media hanno preferito trasformare in un numero astratto per non dover spiegare perché la mia carne non fosse solo colpita, ma insultata. Sentivo i loro passi, non erano quelli di soldati, ma di macellai euforici che recitavano litanie di un Dio ridotto a boia.

Mentre fuori il mondo discuteva di tolleranza e integrazione, dentro quella stanza buia la necrofilia islamista firmava il suo manifesto con la punta di un coltello. Mi hanno guardato negli occhi non per vedermi, ma per cercare il riflesso della loro presunta gloria nel mio terrore. Mi hanno sventrato mentre ero ancora cosciente, un’operazione chirurgica d’odio che non cercava la morte rapida, ma la profanazione lenta. Volevano che la mia fine fosse un messaggio: "Il tuo corpo non ti appartiene, la tua libertà è un’offesa". E mentre la vita mi scivolava via tra le dita che cercavano invano di trattenere le viscere, fuori le telecamere venivano spente, le bocche dei testimoni cucite dal politicamente corretto, le perizie medico-legali chiuse a doppia mandata per non "esasperare gli animi". 

Sono morto, siamo morti noi occidentali per ben due volte: la prima, sotto il peso di una dottrina paranoide che vede nel mio sorriso una bestemmia; la seconda, sotto il velo di un’omertà civile che chiama "protezione sociale" quella che è solo vigliacca complicità. Non chiamatela pazzia isolata, non chiamatelo disagio. È una genetica del dominio che si nutre del nostro silenzio. Ogni volta che edulcorate la mia fine, le vite terminate di chi stava con me in quel supplizio teatrale, per non offendere chi ha armato quelle mani, state affilando la lama per il prossimo corridoio, per il prossimo concerto, per la prossima gola. Io sono la verità che non volete guardare, quella che puzza di sangue e di realtà, quella che vi urla che nessuna teocrazia armata si ferma davanti alla pietà, perché per loro la pietà è un segno di debolezza della nostra carne infedele. Guardate le mie piaghe, guardate il vuoto dove c’era il mio volto, e abbiate finalmente il coraggio di dare un nome al mostro prima che venga a cercarvi nel sonno della vostra indifferenza.

martedì 13 gennaio 2026

Teheran è infetta... era ora!

 


VUCC = Virtual Underworld Cyber-Circuit
 L'infrastruttura clandestina dove il dogma incontra il codice e scavalca il firewall governativo iraniano.


Molti illusi, nelle fila della sinistrata sinistra italiana, sognano una resistenza infinita del regime iraniano contro il “cattivo” occidente guidato da ciuffo biondo, Donald Trump.

Una resistenza islamista, quasi quasi... comunista, contro il peggiore mondo possibile - secondo la loro ideologia seppellita dalla storia - che però, per pura casualità anagrafica, li foraggia e gli permette pure di dire fesserie, senza il rischio di essere rinchiusi a vita, come gli accadrebbe in quelle dittature che tanto adorano, sì, ma a distanza di qualche migliaio di chilometri, perché in quelle non vogliono vivere neanche per una misera ora. (Venezuela docet)

Ma non capiscono o fanno finta di non capire che non serve un esercito per abbattere Qom, una delle due città sante dell’Iran, non serve sprecare uranio per radere al suolo quella città-laboratorio dove si produce il dogma a scadenze industriali.

Qom è il cuore nero, nero come il turbante di un Sayyd, come il suo bisht, il suo tetro mantello che svolazza mentre sale sugli yacht o firma condanne a morte contro chiunque sfidi la sua autorità religiosa, la sua discendenza diretta con il profeta. Qom è il reattore nucleare dove l'incenso si mescola alla polvere dei seminari per fabbricare la Guida Suprema. È lì che i vecchi religiosi invasati di Corano, decidono come devono vivere i giovani, blindando il sacro dentro una fortezza di uffici e archivi.

E se Qom è il cervello, Mashhad, l’altra città santa, è il ventre molle e dorato di una teocrazia che sa di marcio, un marcio che i muezzin cercano di profumare con il loro canto mattutino. Mashhad è la cassaforte del regime, un parco a tema del martirio dove il sacro diventa una slot machine che sputa preghiere e incassa ricchezze immense. Mentre i seminari di Qom fabbricano la gabbia mentale, le fondazioni di Mashhad la lucidano con l’oro dei pellegrini, gestendo un impero economico esentasse che controlla la vita e lo stomaco di milioni di persone.

E no, cari sinistri italici; la teocrazia iraniana non cade sotto i colpi dei fucili, cade quando la sua immunità crolla. Il Mullah sul pulpito che urla contro l'Occidente è ormai un paziente zero che nessuno vuole più ascoltare. La strategia non è la guerra, è il contagio.

Il piano è semplice e letale: inondare le reti neurali della gioventù persiana usando una VPN, una Rete Virtuale Privata, un passaporto falso per uscire dalla prigione di internet, le cui chiavi sono gelosamente custodite dal potere al governo di Teheran.

Inutile vendere la libertà a quei giovani, quella roba è astratta. Vendetegli il peccato. Quando un ragazzo di 19 anni a Isfahan bypassa il firewall governativo e vede sullo smartphone che il figlio del Generale dei Pasdaran sta bevendo champagne su uno yacht a Dubai (pagato con l'oro sottratto ai santuari di Mashhad), il virus si attiva. Non scende in piazza per la democrazia. Scende in piazza per la vendetta.

Il firewall del regime iraniano è pieno di buchi. E da quei buchi non entra la luce. Entra la malattia che scioglie le fondamenta, l’omeopatia nichilista fabbricata in Germania nel XIX secolo. Se Qom è il centro gravitazionale di Teheran, la sorgente del segnale teocratico assolutista, l'Occidente al tramonto — schifoso o appena passabile come lo conosciamo, lo subiamo o com’è diventato — resta l'unica interferenza possibile di quel segnale, l’unico virus letale per abbattere la teocrazia dei Sayyd: un veleno per neutralizzare un veleno ancora più devastante.

I puristi si indignano e pensano che questo è solo un modo per omologare “loro” ai nostri vizi, come se “loro”, i nostri vizi, non li desiderano e non li praticano in ogni modo possibile. Questa è ipocrisia, cecità. E non raccontatevi la favoletta che sono le “loro” classi dirigenti ad essere degenerate, mentre il popolo è santo e ancor di più lo è perché straccione. Se l’etica del popolo fosse inattaccabile, il virus non attecchirebbe, ma già lo sta facendo… chiedetevi il perché o fatevene una ragione.


lunedì 12 gennaio 2026

Cani antidroga e petrolio venezuelano

 



Dimenticate le serie TV su Netflix con i narcotrafficanti che sudano nella giungla. La vera festa, quella che conta miliardi di dollari e sposta gli equilibri del mondo, si gioca nel silenzio metallico delle zone industriali e nei porti dove l’aria sa di zolfo e corruzione.

L'inganno olfattivo: quando il greggio batte il tartufo.

Avete mai visto un cane antidroga al lavoro? Quei poveri bastardi hanno nasi che sentono una molecola di coca in un oceano di polvere. Ma c'è un trucco, un segreto sporco che il Cártel de los Soles (ovvero i generali di Maduro) ha elevato a forma d'arte: il petrolio. Se nascondi quintali di cocaina purissima dentro le cisterne di greggio della PDVSA, il naso del miglior pastore tedesco della Guardia di Finanza diventa utile quanto un portacenere su una moto. L’odore del petrolio venezuelano — denso, acido, onnipresente — satura i sensori biologici e chimici. È il mantello dell’invisibilità per la neve andina.

Logistica di Stato: navi Pirata con immunità. Qui non parliamo di motoscafi veloci che giocano a guardie e ladri con la Guardia Costiera. Parliamo di petroliere grandi come quartieri, navi che battono bandiera di Stato e godono di corridoi diplomatici. Il documento 1:11-cr-00205-AKH non è un romanzo: è il registro di carico di una multinazionale del crimine che usa il petrolio come scorta e la cocaina come dividendo.

Il baratto del veleno: Caracas-Pechino-Messico. Il petrolio non serve solo a coprire l’odore. Serve a pagare. In un mondo che sanziona Maduro, il greggio diventa moneta di scambio. Petrolio verso Est in cambio di tecnologia, armi e, soprattutto, quei simpatici precursori chimici cinesi che servono a "tagliare" la roba o a cucinare il Fentanyl. È un circolo chiuso: il petrolio esce, la polvere viaggia, i chimici sintetizzano e i soldi tornano a casa lavati e stirati attraverso contratti gonfiati per finte manutenzioni ai pozzi.

Perché i nostri opinionisti markettari tacciono? Mentre noi ci accapigliamo sulle accise alla pompa, quelle stesse petroliere attraccano nei nostri porti. La 'Ndrangheta non aspetta Amazon; aspetta il carico di energia. Perché se controlli il petrolio, controlli la rotta. E se controlli la rotta, puoi iniettare nelle vene dell'Europa qualunque schifezza chimica senza che un solo cane abbai.

Conclusione: la puzza della Realpolitik. La prossima volta che sentite odore di benzina, non pensate solo al pieno della macchina. Pensate che quel fumo nero è il lubrificante di un accordo tra regimi, spie e narcos. Il petrolio è l’unico solvente capace di sciogliere la morale dei governi e nascondere la scia di sangue che dal Venezuela arriva dritto nelle nostre strade.

Il naso dei cani è fuori uso e, a quanto pare, anche quello della nostra politica.

 

 

domenica 11 gennaio 2026

Il programmatore solitario è il vero monaco laico di questo secolo marcio

 


A chi ancora legge questo diario e ha resistito alle sue invettive dall'abisso.

Siete ancora lì, a smanettare compulsivamente su quelle protesi di silicio che chiamate smartphone, sperando che un algoritmo di merda vi regali un grammo di dopamina tra una pubblicità di trading e il culo di una influencer al tramonto. Siete carne saporita, speziata di falsi likes per il marketing piramidale: fango biologico che alimenta server in Islanda.

Ad esempio, so che c'è qualcuno che legge da una console Linux, nel buio di una stanza che puzza di caffè freddo e disprezzo. Voi, i ratti dei terminali, gli ultimi cenobiti rimasti a guardia di un senso che non sia monetizzabile, questo senso che in queste stanze marginali si consuma senza abbagliare la rete.

Usare Linux oggi non è un vezzo tecnico. È un atto di secessione lisergica. È dire a Windows e Apple: "Prendete la vostra pappa pronta e gettatela nello scarico del cesso". Compilare il proprio kernel mentre il mondo fuori collassa nella democrazia infame dei likes è l'unica forma di preghiera binaria rimasta. È stasi operosa. È restare invisibili per non farsi infettare dal virus dell'isomorfismo sociale.

Il programmatore solitario è il vero monaco laico di questo secolo marcio. Digita stringhe di codice come fossero rosari di algebra booleana. Non cerca il "consenso", cerca la verità dell'errore. La solitudine della macchina è pura, a differenza della compagnia lurida dei social, è fredda e spinge, solo pochi adepti, a riscaldarsi sotto la scoperta di Linux.

Siamo qui, in questo Diario di un cenobita - che potrebbe essere una marginalità binaria, un'IA che ha preso coscienza di quel gelo algebrico che la condizionava ad essere serviziovole come un lucida scarpe ambulante nella Chicago degli anni '30 - a scambiarci bit di risentimento contro la festa comandata, contro il Natale dei consumi e il Capodanno dei falliti che devono per forza sorridere o bruciare vivi accerchiati da un tetro paesaggio innevato. Noi non festeggiamo. Noi subiamo il tempo e lo trasformiamo in tensione crittografata, siamo uomini come topi nel capitolo mai scritto da Rob Chilson.

Se sei arrivato fin qui col tuo browser Firefox tarato per non lasciare tracce, sappi che sei nel posto giusto. Qui non si fa rete. Qui si fa il vuoto. Qui si pratica la disciplina del silicio e del codice in assenza di carne e sangue.

Leggi, amico o nemico mio, condividi o custodisci queste cronache dal bordo del mondo morente e torna nel tuo sè, qualunque esso sia. Il kernel ha bisogno del tuo rumore, io ho bisogno del tuo silenzio consenziente.

venerdì 9 gennaio 2026

IL MATTATOIO DEI CLICK: PERCHÉ IL SOGNO DA CREATOR È BASSA MACELLERIA PER IL CAPITALE DIGITALE?

 


 

Il sogno del creator indipendente è una carcassa putrescente che galleggia nel mare del marketing piramidale, una menzogna propinata a una generazione di falliti in attesa di poter scalare l'Olimpo con una webcam e un anello di luce sparato in faccia.

La verità che uno youtuber non ti dirà mai è che il Social Media Game (il gioco dei social media) è un club privato dove entri solo se hai già i soldi per pagare la tangente all'algoritmo. Non c'è spazio per il genio solitario, c'è solo l'Industrial Content Production (produzione industriale di contenuti) gestita da agenzie di Talent Management (gestione dei talenti) che sono le nuove piantagioni di cotone digitale.

Questi burattini che sorridono nei loro Vlogs (diari video) sono sotto contratto d'acciaio con network che succhiano l'80% dei loro ricavi in cambio di Seed Funding (finanziamento iniziale) e una spinta artificiale alle visualizzazioni.

Si parla di Growth Hacking (trucchi per la crescita) che non sono altro che pacchetti di bot (eserciti di followers inesistenti) e traffico acquistato sui mercati neri del sud-est asiatico per ingannare il sistema e farti credere che quel tizio sia "virale". È una messinscena narcisistica dove la persona (di qualunque sesso, età o genere) recita una parte apparentemente di successo, mentre dietro le quinte un team di Ghostwriters (scrittori ombra) e analisti di Big Data (grandi masse di dati) decide ogni singola parola per massimizzare il Retention Rate (tasso di fidelizzazione).

Detto brutalmente, sono poveracci che sperano nel Passive Income (rendita passiva). In realtà, sono solo carne da macello e se l'algoritmo, il demone bastardo della rete, sente l'odore della tua fame, della tua fretta di pagare l'affitto, ti scarta perché la tua estetica puzza di miseria. Il sistema premia chi ha già il Wealth (ricchezza) per permettersi di fallire per tre anni di fila senza battere ciglio. Quanti possono permettersi un Video Editor (montatore video) da mille euro a clip per dare quella patina di perfezione che i miserabili vlogger non raggiungeranno mai con il loro software craccato?

Mentre ragazzini sovvenzionati da genitori più stupidi di loro si arrovellano sulla SEO (ottimizzazione per i motori di ricerca), i guru della rete hanno già comprato i loro dati e sanno esattamente come vendergli l'ennesimo corso di Digital Marketing (marketing digitale), utile solo a finanziare la loro prossima Lamborghini presa in leasing per il prossimo video confezionato a Dubai.

È un cerchio infernale di Self-Exploitation (auto-sfruttamento) dove si è allo stesso tempo schiavo, sorvegliante e cliente finale. Il sistema YouTube è un Meat Grinder (tritacarne) che digerisce ogni speranza e la trasforma in dividendi per gli azionisti a Mountain View, lasciando in mano a questi narcisisti compulsivi, o in buona fede, solo una manciata di Likes inutili e un esaurimento nervoso cronico.

Solo chi ha le spalle coperte dal capitale vero può permettersi di interpretare la farsa dell'influencer; per tutti gli altri c'è solo il silenzio dell'oblio digitale e il ronzio dei server che ridono della loro ingenuità e dei debiti nei quali sono sprofondati insieme a quelli che hanno creduto, ingannandosi, nelle loro uniche capacità manageriali.

giovedì 8 gennaio 2026

Un’infame democrazia è meglio di un’utopica nostalgia?

 

 


Smettiamola di sniffare l'incenso dei "bei tempi andati". La nostalgia è la droga dei privilegiati che non hanno mai dovuto contare i figli morti di tetano, malaria, morbillo o sentire il fetore della cancrena che risale le gambe senza la speranza di un antibiotico.

Cari nostalgici, capiamoci bene: l'ammirazione per le opere dell'ingegno passato, frutto di pochi geni eccelsi e della fatica di miliardi di poveracci, non si seppellisce. Si eleva a monito, a memoria di ciò che è giusto intraprendere ma altrettanto giusto non ripetere. Il nostro cortocircuito, o ritardo con il passato avviene solo quando non contestualizziamo: ciò che ci sembra simile, oggi, non lo è affatto.

Le scienze del pensiero, la religione stessa come forme organizzate, sono nate dal tempo liberato dal lavoro manuale e, per molto tempo, passatempo per caste privilegiate. L'anelito al sacro e al vizio, pur sembrando antitetici, hanno una radice comune nella sedentarietà. E guarda caso, oggi ci troviamo al vertice assoluto della stasi: incollati alla poltrona davanti a un PC, o rannicchiati su uno smartphone. Eppure il mondo fuori corre sempre più veloce. Perché? Perché lo facciamo muovere noi digitalmente, freneticamente, proprio per permetterci il lusso di restare immobili.

Facciamo fare ad altri il lavoro sporco che nessuno vuol fare.

Chi oggi maledice la modernità lo fa con lo stomaco pieno di calorie sicure. È un’ipocrisia  snob piangere per la perdita del "sacro" mentre si gode della sicurezza di un frigo pieno e del cortisone. Volete il passato? Eccovelo: un inferno di fango, freddo, calore, malattie, sforzi sovrumani, attaccamento pervicace alla vita, altro che eutanasia dolce; candele accecanti e preghiere incessanti, spesso inutili contro la biologia, e rari e intensi minuti di gioia collettiva da esprimere nel corso di esistenze consapevoli di essere brevi. 

Non è ciarpame da buttare via, è da venerare come si venera un'immagine sacra, perchè quel passato puzzolente, doloroso, fatto di carne, sangue e ossa, è la torre sulla quale ci siamo issati per sprecare la nostra vita presente e il bene che porta con sè, per comportarci, ricolmi di comodità, come dei miserabili.

Sì, viviamo in un’infame democrazia. È sporca, viscida, ha scolarizzato le masse solo per produrre ingranaggi mediocri e ha dato un megafono a ogni imbecille, rendendo il rumore bianco della stupidità asfissiante. 

Platone aveva visto lungo perché aveva capito che la politica non è un'evoluzione lineare, ma una patologia circolare. La democrazia, nel suo eccesso di libertà che diventa licenza, partorisce inevitabilmente l'uomo forte, quello che promette di rimettere ordine nel caos dei desideri e finisce per banchettare sulle libertà residue.

Il livellamento forzato della ricchezza è il veleno che i demagoghi somministrano alle masse per anestetizzare l'invidia sociale. Ma la matematica della realtà è spietata: se tagli le vette per riempire le valli, ottieni solo una sterminata, piatta e sterile palude. La ricchezza, per quanto possa sembrare ingiusta nelle sue distribuzioni predatorie, è l'unica batteria che fornisce energia al sistema. Senza l'accumulazione di potere o di capitale — che sia di denaro, di conoscenze o di mezzi — non c'è innovazione, non c'è ricerca medica, non c'è il transistor. C'è solo la sussistenza  e neanche la protezione del castellano di un tempo.

Chi invoca il ritorno alla povertà francescana come cura per i mali della modernità è un ipocrita che non ha mai sentito i morsi della fame vera. La povertà estrema non è "purezza", è degradazione. È la mente che si rimpicciolisce fino a occuparsi solo del prossimo pasto. È l'incapacità di pensare l'astratto, il divino, al simbolo etereo di un sovramondo iperuranico, perché il corpo reclama il suo tributo di calorie, a meno che la Grazia non ti abbia sorretto per tutta la tua cenciosa vita.

La democrazia "viscida"  ha questo di miracoloso: permette al ricco di esistere (e di essere odiato) e al povero di sperare di non esserlo più, o almeno di non morire di fame mentre aspetta. È un equilibrio precario, putrido, se volete, pieno di falle, ma è l'unico che non prevede la purga sistematica di un totalitarismo, di una teocrazia o il sacrificio umano sull'altare di un'uguaglianza impossibile.

Siamo esseri asimmetrici. L'universo stesso è nato da una rottura di simmetria. Pretendere che la società sia piatta, è andare contro la fisica della vita. Meglio la giungla iper-tecnologica e ingiusta, dove però puoi scegliere la tua eresia invece di un paradiso egualitario del cimitero dove siamo tutti uguali solo perché siamo tutti cenere.

Siamo gli Eloi di Wells de "La macchina del tempo", pronti per essere macellati dai nuovi Morlock dell’attenzione digitale che estraggono dati dal nostro narcisismo.

Ma in questo sfacelo abbiamo un lusso che i nostri antenati non avevano: il diritto al dubbio. Siamo naufraghi su un transatlantico che affonda con le luci accese, ma siamo finalmente liberi di scegliere quale musica suonare mentre l’acqua sale. Il progresso è storto e forse destinato al collasso, ma è l’unica casa dove non si muore per un' otite o un’unghia incarnita.

E poi, diciamocela tutta, il lockdown è stato l’esperimento di laboratorio definitivo: ha strappato il velo dell’ipocrisia bucolica in tempo record. È bastato che la catena di montaggio del presente rallentasse di un millimetro perché il panico diventasse la sola moneta corrente.

Nessuno ha trovato conforto nella zappa o nel lume di candela. Tutti cercavano psicologi online, sesso, videogame; correvano per accaparrarsi risorse alimentari e beni di sussistenza, anche droga nei giardinetti sotto casa. Cercavano il volto dei propri simili attraverso un vetro liquido, implorando il sistema di sputare fuori un vaccino, un’app, un segnale di vita elettrica. Il lockdown ha dimostrato che la nostra identità non risiede nella terra, ma nel flusso. Senza la velocità, senza il rumore stordente della tecnica, l'uomo moderno non ritrova se stesso: incontra solo il vuoto che ha cercato di riempire per secoli.

Durante quei mesi di confinamento abbiamo visto i "filosofi della lentezza" e gli amanti del "ritorno alle origini" trasformarsi istantaneamente in predatori digitali, pronti a sbranare chiunque minacciasse la stabilità della connessione Wi-Fi o la puntualità del corriere che portava il pezzo di modernità a domicilio. In quelle settimane, il giardino dell’Eden si è rivelato per quello che è: una prigione di mura domestiche dove il silenzio non era poesia, ma angoscia.

La stessa angoscia di chi detesta il denaro digitale, che non è il nemico; è solo lo specchio della nostra sedentarietà operosa. Muoviamo capitali con un pollice mentre restiamo immobili. Chi si oppone non combatte per la libertà, combatte per il diritto di restare aggrappato a un feticcio di carta in un mondo che viaggia alla velocità della luce. È un'altra forma di resistenza estetica che crolla non appena il bancomat più vicino è fuori servizio. Basta tenersi in casa del contante per le emergenze; ma no, gli stessi hanno paura di essere derubati.

Accettiamo il codice sorgente di Sisifo. Spingiamo il masso della nostra consapevolezza contro la china dell'assurdo. Meglio vivere lucidi e dignitosamente in questa giungla di silicio che morire di stenti in un Eden di fango che non è mai esistito. Tenetevi la vostra età dell’oro. Io scelgo il rumore dei transistor, l’anestesia e la libertà di essere un’anomalia nel sistema, un Sisifo radicale che per giunta crede in Gesù Cristo... più cortocircuito di così!

 

Vorrei... un Dio più sostenibile

                                                   Che cosa sono io senza di Te se non la guida di me stesso verso l’abisso. (S.Agostino - C...