Tiocfaidh ár lá
(verrà il nostro giorno)
Ci si scandalizza per la rinascita dell'IRA... quanta ipocrisia buonista.
Tiocfaidh ár lá
(verrà il nostro giorno)
Ci si scandalizza per la rinascita dell'IRA... quanta ipocrisia buonista.
La libertà religiosa è un diritto essenziale in una società democratica e pluralista. Tuttavia, deve essere bilanciata con altri diritti e con il rispetto dell’ordine pubblico e delle leggi dello Stato.
Quindi, in ossequio al rispetto della laicità, la quale invece non rispetta me, favorendo teocrazie mortifere contro quelli come me e non solo, e poichè io rispetto chi non la pensa come me, non nutro odio per un ateo, o per chiunque professa la sua fede ma non minaccia la mia vita, quella dei miei famigliari, la quiete pubblica, non uccide, non stupra, non minaccia di morte nucleare interi Stati per rispondere al suo padrone spirituale, materialista o capitalista, così affermo:
non adorerò altro DIO al di fuori del vero DIO, e se mi costringessero ad adorare per ideologia politica un uomo o una donna o un qualunque essere umano, di qualunque etnia, colore, posizione sociale, genere biologico o sessual-wokenista che sia, e magari tossico, spacciatore, stupratore, odiatore seriale di esseri umani, io scelgo le piaghe di Nostro Signore Gesù Cristo, le 5 croci rosse su sfondo bianco presenti nelle bandiere che i PROPAL-atori di menzogne vorrebbero bruciare in favore di quelle di uno Stato che non esiste.
E in questa mia affermazione includo il rifiuto di obbedienza a quelle chiese che si dicono cattoliche o cristiane che hanno scambiato volutamente la carne dell'uomo per la Santa Eucaristia, prima abbranciando il comunismo, ora l'Islam, e non per espiare i peccati storici dei quali nessuna religione è esente, ma per distruggere la fede innocente in Colui che è morto e risorto per l'umanità intera, anche se oggi, quella santa morte ingiusta, appare come il più grande spreco di bene versato per la redenzione di una vastità di ingrati, in primis i pastori che hanno traviato se stessi e, così facendo, le pecore che avrebero dovuto guidare al santo ovile della vita eterna.
VIVA CRISTO RE!
L'ideologo considera il mondo reale come un'interruzione molesta del suo sistema teorico.
Roger Scruton
Premessa d'obbligo, per chi ama il genere: viviamo nel gran teatro della burocrazia dell'empatia. Un sistema dove le richieste d'asilo si trasformano in un labirinto di formule prestampate, dove l'identità diventa una casella da spuntare su un modulo ministeriale per scampare alla lentezza dei timbri, e dove tutti fingono di credere a tutto pur di far scorrere la pratica. Una commedia umana di cavilli e finzioni istituzionali a cui ormai nessuno fa più caso, persa nel rumore di fondo delle prassi d'ufficio, dove si dice, che centinaia di migliaia di omosessuali africani, bangla, pakistani, etc., fuggono dai loro paesi che li discriminano.
Ma il vero capolavoro di satira involontaria si consuma altrove: nelle piazze iper-consapevoli d'Europa.
Prendete Berlino, la capitale morale dell'apertura totale. Succede un casino al Pride. La musica si ferma, il fumo si alza, il panico corre sui feed. E lì, mentre i soccorsi sgomitano tra la folla, scatta la vera corsa contro il tempo: la caccia al colpevole cromaticamente e ideologicamente corretto.
Per decine di minuti, nei capannelli attorno ai carri allegorici, tutto lustrini e balsfemie contro i soliti noti, Madre e Figlio, abiurati dal cattoprog-proislam, nelle chat di gruppo, si avverte un’ansia quasi religiosa. Una preghiera laica e collettiva che sale verso il cielo della correttezza formale:"Ti prego, fa’ che sia un suprematista bianco con la testa rasata e gli anfibi. Ti prego, regalaci la matrice perfetta, quella che si spiega da sola con un trafiletto di storia contemporanea".
Perché il mostro totalwhite consolida le certezze. Il mostro fatto in casa, in Europa e nel resto di un occidente ammorbato dall'odio di se stesso, è rassicurante e permette di confermare le teorie della vigilia, di lanciare l'hashtag della bontà suprema, di sentirsi dalla parte giusta della storia del proprio suicidio collettivo.
Poi, purtroppo per la sceneggiatura, arrivano le prime note della polizia. L'identikit non combacia. La realtà, questa bastarda con la solita mancanza di tatto che la contraddistingue, scompiglia le carte e si rifiuta di aderire allo schema. Ed è qui che la tragedia vira definitivamente verso la farsa di costume: il silenzio imbarazzato che cala sui commenti, i post modificati in fretta e furia, la sottile, paradossale delusione per non aver potuto celebrare il cattivo ideale, l'inventarsi financo un burattinatio con baffetti e svastica tatuata sul culo che muove attraverso una fantomatica ultradestra europea gli irriducibili muslim a compiere il volere di Allah.
Un quadro grottesco dove l'ossessione per la narrazione ha completamente divorato la percezione dei fatti, e dove persino un dramma reale diventa solo un fastidioso ostacolo alla conferma dei propri pregiudizi da apericena.
(Roger Scruton)
Uno dei drammi della contemporaneità è proprio la perdita del senso del bello.
Le cose oscillano tra l'utile e il grottesco.
Il bello delle Chiese, delle città, delle opere d'arte che esaltano l'opera del Signore, in una società che ha imposto la "messa in disparte" di Dio, non trova più posto e ragion d'essere.
Il discepolo di Hegel, tal Rosenkranz, si impegnò addirittura nella celebrazione del brutto e da lì tutti i danni che ne seguirono.
L'estetica del brutto va a braccetto con l'amor vacui, l'attrazione per il vuoto e quindi del non essere e della dissoluzione.
Il bello richiede impegno, devozione, forza, sacrificio da spiriti eletti; il bello è esclusivo e tutt'altro che democratico e pop.
Attributi, ahinoi, scomparsi dal vocabolario del nostro triste tempo.
Il multiculturalismo non è fallito nei salotti buoni della sociologia progressista; è morto e sepolto nelle basse vie dell'impero mondo. È defunto tra i cumuli di immondizia e la convivenza forzata di chi ancora paga le tasse, mentre viene stritolato da una sanità per ricchi e contornato da chi spera in un sussidio a vita. La verità è che il capitalismo digitale e l'imminente transizione verso l'uso massivo delle IA e della robotica non sanno più cosa farsene dei cittadini europei, né tantomeno degli immigrati che non sono riusciti ad accedere a livelli superiori di istruzione.
Ma quale istruzione? In Italia la scuola è ormai una fucina di un insegnamento "antifascista" puramente liturgico, astorico e acefalo, privo di qualunque connessione con il presente. Nel frattempo, l'Europa intera si sbrodola su antichi fasti che stanno per essere spazzati via dalla violenta corsa asiatica verso il predominio assoluto sulla quarta era industriale.
In questo hospice demografico a cielo aperto, le grandi narrazioni sulla sostituzione etnica rivelano tutta la loro inconsistenza scientifica. L'Italia perde popolazione a un ritmo raddoppiato rispetto al primo decennio degli anni 2000, e i figli di immigrati di seconda generazione sono già stati infettati dallo stesso identico morbo edonista e consumista dei nativi. Perfino lo spauracchio dell'Islam politico si scontra con una crisi coranica interna: le moschee si svuotano dei giovanissimi esattamente come è accaduto alle chiese cattoliche.
Chi invoca la sharia in Europa non lo fa per forza, ma per disperazione, nel tentativo di erigere un argine artificiale contro un nichilismo occidentale che sta digerendo i loro figli. Lo scontro generazionale tra un esercito di over 60 e due milioni di giovani immigrati è semplicemente inammissibile nei fatti; la vera remigrazione avverrà per estinzione ed evaporazione biologica nelle prossime tre generazioni, specchiando il crollo delle nascite già evidente persino nei sobborghi islamici inglesi.
Le destre e le estreme destre salgono sull'onda del giusto risentimento popolare contro il politicamente corretto dei giudici e l'uso scriteriato delle forze dell'ordine in funzione inclusiva monodirezionale – come si è visto nelle fiammate in Irlanda e Inghilterra – ma queste forze elettorali non avranno mai una vera spinta propulsiva. L'astensionismo di massa e l'anzianità della popolazione sono freni d'emergenza tirati al massimo.
Ed è qui che si inserisce il fenomeno Vannacci.
Vannacci non cavalca un'onda di futuro nazionale, ma la risacca del vecchio mondo. È l'eco di ritorno del grido sociale di chi è terrorizzato dall'idea di non tornare a casa intero dopo una giornata di lavoro, in cerca di lavoro o trascorsa sotto il dominio inflessibile di una burocrazia impazzita, il grido soffocato ora sempre più emesso a squarciagola di chi spera di chiudere una vita di sacrifici con una pensione miserrima. Ma, a conti fatti, il Generale non è che un lenitivo psicologico. È un traghettatore inevitabile che serve a distrarre le masse mentre si compie la transizione definitiva verso il controllo totale operato da algoritmi, IA, droni terrestri e aerei, controllo capillare attraverso smartphone e connessione internet.
Il capitalismo digitale non si può permettere una società anarchica, né nelle città svuotate né nei ghetti islamici. Se ne frega se le femministe non combattono al fianco alle donne stuprate da quei nordafricani e subsahariani che dalla Seconda Guerra Mondiale mantengono quella loro devianza criminale, assecondata dai potenti di turno a danno di popolazioni inermi.
Le cupole delle sinistre mondiali, che oggi usano la destrutturazione sociale e l'anarchia per destabilizzare i governi, non stanno affatto creando i presupposti per l'ennesimo paradiso socialista in terra – che sia sotto l'egida di un ideale progressista, di una teocrazia islamica o di una loro cangerogena fusione che farà perire i sinistri ben prima degli imam - stanno semplicemente preparando il terreno, agendo da finti utili idioti che "sanno", per condurci tutti in pasto a chi controlla e controllerà realmente il mondo: le oligarchie tecnologiche. Vannacci tiene impegnato il dibattito sul passato, mentre il futuro automatizzato stringe la cinghia attorno al collo di ciò che resta dell'Occidente.
Due tipi di impiccagione ci aspettano: quella delle minorate minoranze sociali dalle gru per mano dei loro "amici" islamici e quella di chi non si adeguerà al nuovo corso temporale.
La domanda sorge spontanea: meglio tappare le falle appoggiando Vannacci o lucidare gli ottoni del Titanic sotto le sferze sinistrate con contorno jihadista?
Gilbert Keith Chesterton
L'antica legge economica, che vede nell'abbondanza dell'offerta, lo stimolo della domanda e del desiderio si realizza perfettamente nell'aumento esponenziale della figura dello psicologo; i numeri sono impressionanti; si è passati negli ultimi due decenni da trentacinquemila a oltre centoquarantamila unità.
I ratti italiani sono proprio gli italiani, per gli accoglioni che ci dominano nelle amministrazioni comunali, provinciali, regionali e statali, con disinteresse totale degli'EUtanasici disuniti.
Le ex municipalizzate, adesso trasformate in società miste multitasking, dalla raccolta dei rifiuti alla grande mangiatoia del libero mercato energetico, si dotano di "foto trappole" per incastrare i furbetti che sfuggono al cappio del rifiuto differenziato.
Sempre più spesso il soft power parte da principi che sembrano volti al bene e condivisibili; ma il demonio si nasconde nei dettagli, nell'uso delle parole.
La vecchia telecamera è diventata trappola per il ratto bipede che va educato, redarguito e infine esposto al pubblico ludibrio.
I solerti investigatori delle scoasse eticamente gestite bussarono in tre alla porta dei miei genitori, vecchi e malati, colpevoli di aver gettato nel sacco dell'indifferenziato uno scontrino del supermercato.
Gli Sherlock del pattume risalirono al nominativo di mio padre attraverso il numero della tessera punti del punto vendita.
Indagine degna dei migliori film polizieschi; alla fine elevarono un'ammenda di oltre 200 euro, oltre alla ramanzina sui comportamenti che un buon cittadino deve osservare per essere ammesso nel consesso civile.
Il Signore ha voluto non fossi presente, altrimenti sarei finito in galera.
Il governo delle masse assomiglia sempre più al carcere ideato dall'utilitarista inglese Bentham, un occhio che vede anche quando non vede, con conseguente sensazione di essere sempre osservati e ascoltati.
Il potere moderno digitalizzato genera stati d'animo latenti nella popolazione; il senso di paura è il vertice di una manipolazione psicologica elevata a forma di governo. A seguire, la costante polarizzazione del dibattito pubblico, divenuto tifo da stadio o discussione da bar dello sport.
L'infotainment miscela gossip, reality, trash in contenuti che si occupano di questioni che dovrebbero essere centrali nella discussione e nella formazione di una coscienza pubblica matura e consapevole. Personaggi improbabili chiamati ad esprimersi su qualsiasi argomento, con buona pace del lasciar parlare i "competenti".
Il caos, voluto, cercato e organizzato scientemente trionfa mentre aumenta il senso di angoscia del povero micco italico preso a legnate che rischia, uscendo di casa, o di morire, o di non tornare tutto intero.
Ogni volta che la specie umana affronta una transizione di fase e cambia il proprio paradigma industriale, la prima reazione delle masse disorientate è l'arroccamento utopico e la distruzione simbolica dei nuovi telai. I luddisti dell'Ottocento distruggevano le macchine a vapore credendo di salvare il lavoro; i neo-luddisti odierni si inerpicano su retoriche post-coloniali, complottismi da salotto o sogni di decrescita per fuggire all'evidenza dell'automazione cognitiva.
L'intelligenza artificiale e l'elaborazione algoritmica globale stanno destrutturando i mercati, la geopolitica e il concetto stesso di lavoro intellettuale. Davanti all'impatto di questa transizione, chi non ha gli strumenti matematici e concettuali per leggere il nuovo codice del mondo si rifugia nell'isteria o nel mito della cospirazione. Non capiscono che la transizione non è un negoziato politico tra leader che si supplicano, ma una ristrutturazione geometrica guidata dalla necessità di governare l'entropia planetaria con una precisione che l'uomo, da solo, non è più in grado di esprimere.
Questo piagnisteo isterico dei cosiddetti partiti democratici è il rumore bianco del vecchio mondo che si aggrappa alle proprie sovrastrutture ideologiche mentre il pavimento sotto i piedi è già svanito. Il racconto mainstream dell'America in ginocchio o dell'Iran trionfante è la narrazione consolatoria per chi ha bisogno di incasellare la complessità in una dinamica da tifo geopolitico novecentesco, ignorando la reale anatomia del potere globale.
La riduzione di nazioni intere — come Cuba o il Venezuela — a semplici nodi logistici di smistamento per flussi illeciti, idrocarburi e risorse umane è la cruda verità di stati-canaglia che hanno perso ogni sovranità reale, ridotti a centraline di transito per economie sommerse gestite da cartelli e intelligenze transnazionali. Eppure, una parte del dibattito occidentale preferisce ignorare questo collasso sistemico, preferendo cullarsi nei vecchi miti della resistenza anti-imperialista.
Sapete che fine farà il sogno antimperialista che si spaccia ancora per marxista e si allea con le brigate di Allah?
Finirà stritolato nella morsa della sua stessa cecità strutturale. Questa alleanza innaturale e grottesca tra i residui del massimalismo occidentale e l'integralismo islamico è il cortocircuito finale di un pensiero che ha perso il contatto con la realtà materiale e storica.
Il marxismo delle origini, pur con tutti i suoi limiti, era un'analisi rigorosa basata sui rapporti di produzione, sullo sviluppo tecnologico e sul materialismo storico. Voleva governare il futuro, non restaurare il passato. Vederlo oggi ridotto a fare da scudiero retorico a teocrazie oscurantiste e milizie confessionali — che esprimono l'esatto opposto di ogni emancipazione umana, la sottomissione totale del corpo e dello spirito a un dogma medievale — è la prova provata del suo definitivo fallimento intellettuale.
Questa convergenza si consuma solo sul terreno sterile del risentimento: l'odio comune per l'Occidente capitalista e tecnologico. Ma è un'alleanza asimmetrica in cui i "marxisti" occidentali recitano la parte degli utili idioti. Non capiscono che per le brigate di Allah il loro materialismo, il loro ateismo e i loro diritti civili sono abominazioni da estirpare tanto quanto il consumismo americano. Vengono tollerati solo come arieti di sfondamento per indebolire le difese immunitarie delle democrazie dall'interno.
La fine di questo sogno è già scritta nella storia, basta guardare a quello che accadde in Iran nel 1979. Allora, i movimenti di sinistra, i comunisti del partito Tudeh e i fannulloni dell'intellettualismo progressista si allearono con Khomeini per rovesciare lo Scià, convinti di poter cavalcare l'onda della rivoluzione islamica per poi imporre il loro modello. Il giorno dopo la presa del potere, i teocrati non hanno aperto un dibattito sul Capitale: hanno preso i marxisti, li hanno messi al muro o impiccati alle gru nei mercati pubblici.
Oggi la fine sarà persino più umiliante, perché non avverrà nemmeno sul palcoscenico di una grande rivoluzione statale, ma nel fango delle periferie degradate e dei flussi algoritmici. Mentre questi orfani dell'ideologia sfilano gridando slogan teocratici che non comprendono, il Leviatano tecnologico e il capitalismo dei flussi — che sia a trazione Silicon Valley o Pechino — continuano a recintare i nodi dell'energia, dei dati e dei mercati.
Quando il perimetro del controllo sarà definitivo e lo Stato sociale europeo sarà del tutto collassato sotto il peso delle sue contraddizioni, le brigate di Allah verranno neutralizzate dalla sorveglianza biometrica predittiva e dalla forza cinetica remota. E i loro alleati progressisti si ritroveranno disoccupati, atomizzati e inutili, a piangere sulle macerie di un'utopia che ha baciato la mano del suo stesso carnefice.
Lacrime che alcuni verseranno, per poco, sul loro ultimo gingillo tecnologico, è l'immagine definitiva della stupida sottomissione: piangere la fine di un mondo sullo schermo dell'esatto dispositivo che ha registrato, catalogato e guidato ogni passo di quel collasso.
L'iPhone — o qualunque terminale biometrico tascabile — non è più uno strumento di svago, ma la catena invisibile con cui l'utente ha firmato, un click alla volta, la propria abdicazione. Chi si inerpica in queste utopie destrutturate rimarrà connesso fino all'ultimo secondo, alimentando con i propri dati, le proprie nevrosi e le proprie lacrime digitali l'algoritmo che lo sta sostituendo.
Perchè questi rigurgiti novecenteschi e islamo-medievali, sono l'espressione di un brand, una linea di prodotti ideologici preconfezionati che il mercato della distrazione tollera e alimenta solo finché generano engagement, traffico dati e consumo.
Il sistema tardo-capitalista e l'architettura algoritmica odierna hanno la straordinaria capacità di mercificare persino la propria opposizione. Il ribellismo da tastiera, la parata identitaria, la retorica neo-luddista e lo slogan antimperialista non sono minacce per il potere reale, ma segmenti di mercato. Sono linee di intrattenimento per masse atomizzate, utili a incanalare il risentimento e la frustrazione sociale in flussi digitali monetizzabili. L'indignazione permanente è il carburante che tiene gli utenti incollati allo schermo, a consumare giga e a profilarsi da soli.
Ma ogni brand ha un ciclo di vita strettamente legato alla sua utilità marginale. Finché c'è un'infrastruttura democratica ed economica da logorare per giustificare il passaggio al controllo predittivo, questo brand della finta resistenza viene lasciato proliferare. Alimenta il disordine necessario a invocare l'ordine.
Nel momento esatto in cui la transizione di paradigma sarà completata — quando i flussi energetici, logistici e umani saranno interamente blindati dalle reti di intelligenza artificiale e dalla sorveglianza biometrica — la tolleranza per la simulazione del dissenso si azzererà. Il brand non sarà più necessario, perché non servirà più il consenso, ma solo la conformità tecnica al sistema. E allora quel prodotto ideologico verrà semplicemente ritirato dal mercato, cancellato con un aggiornamento del codice o reso invisibile nei nodi di smistamento della rete, lasciando chi lo esibiva nudo di fronte all'attrito di una realtà che non ha mai voluto comprendere.
Più le IA sembrano intelligenti, più l'uomo medio si sente autorizzato a essere superficiale. E poichè l'uomo medio non esiste - è semplicemente una statistica della mediocrità senza media ponderata, artificiosa come è artificiale l'anestesia algoritmica - si sta realizzando la Kampuchea dell'immeritata gloria, modulata da un narcisismo autoreferenziale che sbatte e rimbalza su di un monitor, su di un touchscreen unto di scroll, espunto dalle vie della sostanza, finito nelle tracce digitali dell'inconsistenza.
Non è piacevole, doloroso o schifoso essere massa che vive nell'inconsistenza: è necessario a reconditi meccanismi di involuzione mentale, biologica, genetica... indotti, dedotti, indetti. Essere eradicati da se stessi, viventi solo in un riflesso di una smorfia, è il dichiararsi pronti al totale esproprio di personalità, di coscienza.
Sta diventando inevitabile essere inutilità pronte a interiorizzare nel proprio vuoto sottopelle, senza opposizione alcuna, la prima offerta salvifica di ferreo ordine sociale conseguenza di un'anarchia sguinzagliata e protetta, ormai distopia del quotidiano. Un regime calato dall'alto da una congrega di turbanti per quanto feroce o retrograda essa sia, sembrerà giusto quanto una gabbia di remote control per scimmie impazzite, ridotte a digiuno forzato, costrette a inalare odore di carne appena macellata della quale non potranno più cibarsi.
Un popolo che non pensa, viene pensato strumento per fini allucinanti di gruppi organizzati di sicari allucinati.
Questo narcisismo autoreferenziale di cui il nostro mondo è plastificato, è la cecità perfetta. Credere individualmente di essere al centro dell'universo, di essere attore, regista e pubblico in una sovrapposizione quantistica della mitomania, rende prigionieri di una cella mentale i cui insulti sinaptici sono fragili arborescenze di alluminio stropicciato, riflettenti perversioni giustificate.
La psicologia è una scienza superata in mezzo a sacchi di carne senz'anima. Il folle si erge a moralista; il parossismo psicotico è metro di giudizio; i cancelli dell'abisso, dietro ai quali un tempo si incatevano gli isitnti di morte, sono stati divelti. I manicomi centrali furono chiusi: le succursali si aprirono a milioni. Nascosti dietro l'efficienza algoritmica delle macchine, ci si sente più liberi di percorrere l'orrore fino dove esso porta, guidati dalla pazzia interiore coccolata da quella esteriore, incitata dalla propria setta di riferimento.
Il terrore vero, quello che afferra le viscere, scartavetra respiro e muscoli cardiaci, avanza per polarizzazioni sociali senza storia, senza memoria, senza ricordi, in un'eterna discontinuità cronologica, dove i campi di sterminio del buon senso stanno allargandosi, riproducendo un'era glaciale dentro un inferno di infestante violenza. Ogni secolo ha avuto le sue pesti: la follia collettiva appartiene a questo e quanto è doloroso, minaccioso e triste essere sani di mente... quasi un atto di resistenza ontologica che rasenta il martirio.
Sì, è il trionfo dell'anno zero: senza memoria non c'è colpa, e senza colpa ogni atrocità diventa un nuovo inizio, una nuova "peste" accolta come cura. l'IA non è il carnefice, è il sudario hi-tech che copre il cadavere della logica e del sentimento umano, mentre la folla che invade i prati cementizi del mondo applaude al proprio elettroshock, urla, sbava, ringhia e sogna il suo incubo di anarchia senza freni, sbracciandosi, colpendo l'aria con il pungo chiuso.
Ma non sa che il suo è il miraggio onirico di un burattinaio sordo, cieco, insensible al dolore che l'ha legata a una barella e stretta in una mortale camicia di forza.
Nel tempo ho sviluppato una epidermica avversione verso la lingua inglese; la koinè imposta dall'impero con le sue formulette sintetiche utili ad esprimere concetti complessi in un accrocchio di parole mi repelle.
La croce non è un reperto archeologico, ma la struttura stessa di questo mondo. È il punto di intersezione tra l’infinito e la carne, dove il tempo prova a soffocare l'eterno. Crocifiggere Gesù oggi significa riconoscere che quella geometria di dolore non si è mai sciolta: il legno è la materia densa della nostra realtà, e Lui vi resta inchiodato sopra, sospeso tra il fango e il cielo.
I chiodi non sono solo ferro antico; sono ogni atto di indifferenza, ogni pretesa di possesso che trafigge la libertà. La corona di spine continua a mordere ogni volta che il pensiero viene umiliato e gli sputi sono il rumore di fondo di una via crucis che attraversa i secoli senza sosta. Questa agonia che dura da duemila anni non è una sconfitta, ma la misura di quanto il mondo tenti disperatamente di trattenere ciò che non può contenere.
Eppure, in questo silenzio che precede la rivelazione delle rivelazioni, quelle piaghe restano aperte come varchi. Non sono segni di morte, ma feritoie da cui filtra la promessa. Essere inchiodati al mondo, dal mondo, significa abitarne il dolore senza fuggire, sapendo che la Resurrezione non è un ricordo, ma una pressione interna alla storia, alla carne, all'anima che spinge per esplodere di nuovo.
La Resurrezione sarà ulteriore dubbio per gli uomini che fuggirono davanti alle sofferenze di chi gli era stato amico da subito, per coloro che videro ma non distinsero, udirono ma non compresero. Solo le donne non dubitarono, lo attesta la loro presenza sul Calvario, al Sepolcro, dopo la straordinaria scoperta del Signore vivo in mezzo a noi.
La Luce non cancella le profonde e carnali ferite... le attraversa senza curasi dello spazio e del tempo.
La verità ha sempre bisogno di ombre lunghe per essere vista meglio.
La contemporaneità, che galleggia inconsciamente e allegramente su di un oceano di debiti, nutre se stessa di eventi, creati ad hoc, necessari per raffreddare e rallentare il declino inevitabile del sistema finanziario globale. Inaugurato agli albori del terzo millennio, euforizzato dalla finanza creativa, dai titoli derivati, dai make-up contabili, il diabolico sistema dal 2008 ha svelato, in tutta la sua drammaticità, l'effimero affidarsi delle sorti umane alle bolle speculative.
Non sopporto il parassitismo dell'empatia digitale. Non parlo perché non possiedo il diritto al dolore degli altri. Mentre il vlogger medio consuma la sua dose quotidiana di indignazione per nutrire l'algoritmo, io scelgo il silenzio come forma di rispetto per un'asimmetria che non può essere colmata da un post. Non sono iraniano: non ho il deserto negli occhi, non ho l'odore del gas lacrimogeno incastrato nei pori, una lacerazione da impiccagione sotto il mento, o l'eredità di millenni di imperi e rivoluzioni accolte come giuste e finite poi nel sangue che preme sulle tempie.
Io cerco, in ogni mio pensiero, di sdradicare la mitomania dello sguardo mediato dai social e non direttamente connesso con la realtà di cui si sta il più delle volte sproloquiando. Siamo diventati tutti cartografi di terre che non abbiamo mai calpestato. Esperti di dinamiche sociali, teocratiche, mediche, scientifiche e geopolitiche basate su tre thread di X e un video sgranato su Telegram.
Questa è la grande malattia del nostro tempo: l'esaltazione dello scribacchino, dell'affabulatore, del markettaro di parole e contenuti virali che crede che "dare visibilità" all'ingiustizia o difenderla senza conoscerne gli artigli che ti ficca nella carne, sia un atto eroico, quando spesso è solo un modo per non sentirsi irrilevanti. Parlare di un popolo senza averne respirato la polvere è una forma di turismo ontologico. È pornografia della sofferenza altrui usata come fondale per la propria falsa coerenza morale.
Il mio blog è una cella del sapere di non sapere, una socratica emulazione irrilevante per la rete, ma non per la mia anima che anela all'eradicamento del narcisismo... e solo in un cenobio cercato e non imposto si impara il limite. La prospettiva che offro è quella di chi sta sulla soglia e riconosce la propria cecità. La solitudine da internauta che abbraccio, abbatte in me la tentazione di sentirmi "parte della storia" solo perché ne digito il nome. Non sono iraniano e riconoscerlo è l'unico modo per non insultare chi iraniano lo è davvero, chi sta morendo o vivendo dentro quel paradosso, o è scappato in altri luoghi per non essere accolto ma giudicato traditore, mentre noi, da questa parte dello schermo, giochiamo a fare i demiurghi della libertà altrui con la pancia piena e la connessione veloce.
Di me custodisco la licenza di un silenzio interiore che mi spinge a distillare parole e a non rovesciarne a cascata per essere indicizzato meglio e ovunque. Lascio la porta aperta, la roll-bar gira, i testi vecchi sedimentano. Ma su questo resto fermo nel mio margine.
Se non hai calpestato quella terra, se non hai mai taciuto per paura, se non conosci la lingua delle loro suppliche, delle loro ferite, delle violenze subite attraverso coloro che si fanno ministri di una sanguinaria teofollia, se non sei mai stato un giorno delatore e un altro vittima della delazione, se non hai il marchio bruciante dell'infamia che spicca sulla fronte, se non hai perso pezzi di corpo, pezzi di vita, brani famigliari, non puoi nemmeno accostare l'orecchio alle loro maledizioni, alle loro imprecazioni, alle bestemmie interiorizzate, perchè i nostri commenti sono soltanto rumore.
Ho deciso che il mio diario che non è una soluzione nè un'assoluzione, non sarà una cassa di risonanza per il frastuono missilistico del mondo, ma un luogo dove si ammette, con mestizia, la propria distanza, la propria ignoranza, la propria insipienza, la paura di perdere, per mano di una cricca di esaltati, quello straccio di libertà che fino ad ora ha impedito alla maggiorparte di noi di essere spietati e disumani.
Dietro al teorema del "concetto" si nasconde qualsiasi cosa. Il relativismo si fa arte, ed è paradossale come l'arte contemporanea, perlopiù ispirata al marxismo, celebri l'amorfismo, il soggettivismo radicale e la peste psicoanalitica freudiana.
Manufatti destinati ha invecchiare presto, anzi subitaneamente. Materiali moderni che si sgretolano dopo pochi mesi, muffe e ingrigimenti che tradiscono la povertà spirituale che ha animato idee piccine.
Il tutto mi ricorda l'architettura contemporanea. Qui da noi profilerano costruzioni concepite secondo i canoni eco sostenibili. Cubi di cemento tutti uguali, squadrati, marron panna. Costosissimi: un "attico" di nuova concezione in provincia arriva ai quattrocentomila euro! Passati quattro o cinque anni l'intonaco inizia a scurirsi, si percepisce la senescenza di una casa senza anima nel concetto e nei materiali impiegati.
La nostra casa fu costruita negli anni sessanta dal capofamiglia che vi dimorò fino alla morte. Qui, lui e la moglie allevarono i tre figli, che si sono presi cura amorevolmente della casa anche dopo la morte della mamma, fino al nostro acquisto.
Una casa pensata per viverci con la famiglia. Niente lussi superflui, ostentazioni di status fini a se stessi o vacue ideologie, semplicemente il desiderio che questa fosse la dimora dove allevare la prole e vivere nel bene. Così era l'arte antica, la musica, la pittura e tutto ciò prodotto dall'uomo.
In questo scorcio di secolo siamo travolti da una pochezza spirituale immiserente. Una spirale di decadenza direttamente proporzionale al presunto benessere di cui si fa vanto l'Occidente. Siamo caduti dentro un corto circuito che alterna apatia a fibrillazioni neurali che durano lo spazio di poche ore.Ossessionati da un'etica artificiosa e pretestuosa che pervade ogni anfratto umano. Nell'era di crisi della politica tutto diviene un gesto politico, tutto si deve trasformare in un "inchino" al presunto giusto.
Le simulazioni che girano nei server sotterranei del Pentagono e del Cremlino, quelle che non finiscono in pasto ai social-media, e agli algoritmi che li guidano nel baratro del cicaleccio sbavante, hanno smesso di parlare di "conflitto": parlano di liquidazione.
Le statistiche riservate per il periodo 2026-2050 dicono che la probabilità di uno scambio nucleare "limitato" è salita al 14% per decennio. Sembra poco? È una condanna a morte certa su una linea temporale di trent'anni.
Ci sono funzionari, burocrati dal gelo nucleare che leggono, sorseggiando caffè bollente da grandi mug, le analisi spietate della nostra fine imminente, quella che abbiamo sfiorato, e per adesso rimandato, nel dicembre del 2023 quando la Russia lanciò l'oreshnik.
Quello che lasciano trapelare, mentre organizzano il barbeque della domenica, è una sorta di ottimismo irreversibile ceduto per somme astronomiche a chi stringe il guinzaglio dell'informazione intorno ai propri cani da guardia. Non preoccupatevi, andrà tutto bene, è una litania che già conosciamo. Ci fanno sapere, questi becchini dell'umanità, che uno scontro "locale" (India-Pakistan o NATO-Russia sul fronte europeo) prevederebbe l'impiego di sole 250 testate da 15 a 100 kiloton.
Risultato più che accettabile se l'umanità vuole arrrivare alla fine del secolo. Non illudiamoci: se la fisica conta ancora qualcosa per chi non tagliava durante il suo insegnamento che ai più risultava ostico o palloso, non si tratta di una guerra regionale ma dell' immissione istantanea di non meno di 10 milioni di tonnellate di fuliggine nella stratosfera.
Andrà tutto bene? Certo, si tratterà solo della fine del Sole, perchè le simulazioni climatiche non pubblicate, anche queste trafugate da qualche anima buona e viralizzate nelle profondità quasi inaccessibili del web, indicano un calo termico globale di -10°C entro 12 mesi. Le medie latitudini sarebbero colpite da gelate estive e di conseguenza la produzione cerealicola mondiale crollerebbe del 90% in due anni.
Il rassicurante rapporto vittime/tempo ci dice che per ogni morto vaporizzato dal lampo termico dei pochi kilotoni, nei primi 10 minuti, ce ne saranno 2.500 che moriranno di fame e stenti nei successivi 36 mesi. Il totale fa 2 miliardi di decessi per uno scontro che i militari ai vertici delle catene di comando definiscono... "gestibile".
Le simulazioni di guerra cibernetica indicano che nel 65% dei casi l'escalation nucleare non sarà decisa da un uomo, ma da un algoritmo di difesa che interpreta un "glitch", un falso allarme o un attacco ai satelliti, come un lancio imminente. La nostra specie è appesa a un if-then scritto in codice frenetico.
I confini sui quali oggi ci si combatte entro vent'anni potrebbero trasmutarsi in varianti Nagasaki o distese di ghiaccio nero. La realtà è che il sistema è in overload. Le testate non sono lì per non essere usate; sono lì perché la logica del potere non conosce la parola arresto o "ritirata".
Il 2050 non è un traguardo, è un muro e qualche migliaio di funzionari ci sta correndo contro a fari spenti, convinti che qualcuno, all'ultimo momento, premerà il freno. Ma i freni sono stati smantellati ottant'anni fa.
Guardo questo orizzonte e vedo solo un conteggio alla rovescia che nessuno ha il coraggio di leggere ad alta voce, mentre le proiezioni probabilistiche dei centri di comando sussurrano una verità che gela il sangue più di un inverno nucleare. La probabilità di uno scambio di testate massiccio entro la metà del secolo non è più una congettura paranoica, ma una certezza statistica radicata nel collasso dei trattati di non proliferazione e nell'ascesa di sistemi di risposta automatizzata che riducono il tempo di decisione umana a un battito di ciglia o cardiaco, se chi sta dietro a quel tasto enter un cuore ce l'ha ancora... ma pare di no.
Le simulazioni di guerra più cupe indicano che il punto di non ritorno è stato superato quando abbiamo affidato la sorveglianza dei cieli a intelligenze artificiali programmate per l'escalation rapida come unica forma di difesa credibile. Non c'è un piano di emergenza che regga l'impatto di cinquemila megatonnellate distribuite in meno di sei ore su tutto il pianeta trasformando la biosfera in un magazzino di scorie radioattive a cielo aperto.
Questa consapevolezza ha un sapore di veleno per topi che rende ogni disputa quotidiana un esercizio di futilità assoluta di fronte alla precisione devastante dei vettori ipersonici già puntati sulle nostre coordinate. L'ultima generazione, non la ridda di cretini che si sdraiano sui binari dei treni o sui crocevia autostradali, ha già iniziato il suo cammino verso l'ombra definitiva rigata da una soffice neve al plutonio. Ma non illludiamoci, gli imbecilli esaltati dal tappeto di candidi fiocchi, prima di cascare a brandelli sotto le sferzate di un algido vento neutronico, proveranno a sciarci sopra e a tirarsi palle urlando: "Siamo vivi!"
Che cosa sono io senza di Te se non la guida di me stesso verso l’abisso. (S.Agostino - C...