Non reggo più da decenni ormai, il piagnisteo delle prefiche del socialismo che additano l'americanismo come un predatore esterno. Questa retorica un alibi infantile, propinata dai professori di liceo e università, soltanto per non rovistare nel ventre decomposto dell'abisso europeo. L'americanismo non è un'invasione aliena, ma il ritorno a casa, sotto forma di sistema globale, delle peggiori derive nate in seno al Vecchio Continente. È il funzionalismo, il nichilismo e il materialismo europeo distillati, potenziati e rivenduti come pacchetto "chiavi in mano"; il parafulmine per ogni coscienza che si fa bella davanti al fluire della storia.
Mentre questi utopisti foraggiati dal capitale che li ingrassa, denunciano la "rovina culturale", fingono di ignorare che la spina alla metafisica è stata staccata nei salotti e nei centri di sapere europei secoli prima della fondazione degli USA. L'Europa non è una vittima, è il laboratorio che ha assemblato il mostro, salvo poi inorridire quando la creatura ha iniziato a correre più forte del creatore. Invocare rivoluzioni culturali contro "il modello yankee", senza ammettere che esso è la proiezione geometrica del razionalismo europeo, è un esercizio di cecità storica e di pura retorica da pance piene.
Questi didatti depensanti odiano l'America perché è lo specchio del loro fallimento, il punto di arrivo di tutte quelle idee anti-sistema che, una volta sbarcate oltreoceano, si sono fatte assolutismo pragmatico. Il "cerino in mano" scotta, ma la miccia è stata fabbricata in Europa.
Gli psicolabili che attendono il crollo del capitalismo per "contraddizioni interne" sono piromani dell'esistenzialismo. Se il sistema globale implodesse oggi, non avremmo un ritorno alla terra o una nuova "età dell'oro" comunitaria, ma un collasso entropico senza precedenti.
A differenza del crollo di Roma, dove esistevano ancora strutture locali, saperi pratici e una resistenza biologica della popolazione, oggi siamo terminalmente dipendenti da una rete tecnica e logistica che non sappiamo più gestire a livello individuale. Siamo individui atomizzati che non sanno né coltivare un campo né riparare un circuito; se stacchi la spina al Leviatano tecnologico, la "rivoluzione" si trasforma in una carestia digitale e in una guerra civile permanente per le ultime briciole di risorse processate, trasformate e disponibili in quantità decrescente.
I nostalgici e i facinorosi che si ficcano la bandiera del Venezuela sulle spalle appena dismessa quella palestinese, sono i primi beneficiari del sistema che dicono di odiare. Senza la stabilità garantita dal capitale che criticano, le loro utopie acefale evaporerebbero in tre giorni di blackout. Il paradosso è che l'unica cosa più terrificante della sopravvivenza di questo sistema è proprio la sua fine improvvisa, perché non abbiamo costruito nulla di alternativo che possa reggere l'urto. Siamo su un aereo in fiamme e gli "antagonisti" sperano, distruggendo porzioni ampie delle città in cui manifestano in quantità uguale a quelle dei loro piccoli cervelli, che i motori esplodano, dimenticando che non abbiamo il paracadute.
Questi "orfani del socialismo" sono finiti! falliti! sono ectoplasmi storici che devastano l'oggi come fantasmi evocati in una seduta spiritica da un medium fuori controllo. Cancellata definitivamente l’utopia del paradiso in terra sotto il segno della falce e martello, si aggrappano pavidi e genuflessi a scimitarre e Corano, adorando la mezza luna su sfondo rosso-verde come ultima trincea identitaria. È un travaso di fede disperato: non potendo più fare la rivoluzione in nome della classe operaia – che ormai vota altro o semplicemente consuma – cercano il "sacro" per procura in un regime teocratico che li giustizierebbe in piazza cinque minuti dopo la vittoria, come accadde nel 1979 a Teheran.
Infatti, i socialisti iraniani sono stati il combustibile della rivoluzione del '79 e poi la cenere versata nelle fosse comuni come quella di Khavaran. Nel 1988, con una fatwa segreta, Khomeini istituì le "Commissioni della Morte": migliaia di prigionieri politici, marxisti e socialisti, vennero interrogati per pochi minuti e, se non rinnegavano il materialismo per l'Islam, venivano impiccati in massa alle gru o fucilati. Le stime parlano di una cifra tra i 5.000 e i 30.000 uccisi in pochi mesi.
Gli "anarco-scemi" di oggi sventolano la bandiera di chi ha sterminato i loro nonni ideologici, dimostrando una cecità storica che è pari solo al loro desiderio di sottomissione.
È il cortocircuito finale del relativismo europeo. Per odio verso il proprio sistema (il liberalismo tecnologico anglosassone calvinista sorto nel XIX secolo), arrivano a santificare un fondamentalismo che nega ogni singolo valore per cui dicono di battersi. Non è analisi politica, è feticismo della resistenza. Pensano che il nemico del mio nemico sia mio amico, ignorando che l'Iran è solo un'altra forma di potere assoluto, altrettanto cinico, che usa la religione come tecnica di controllo sociale esattamente come l'Occidente usa l'algoritmo.
Sostituiscono il materialismo storico con un salafismo d'importazione perché hanno un vuoto pneumatico nel petto. Se non credi in nulla, finisci per adorare chiunque abbia abbastanza palle da credere in qualcosa di brutale. È l'invidia dell'impotente verso il violento.Piangono per Teheran ma vivono di welfare e iPhone. Sono comparse di una tragedia che non capiscono, o fanno finta di non capire perché tanto sono mantenuti da altri, convinti che un ritorno al medioevo islamico sia il prezzo accettabile per abbattere il "capitale". Ma se cade il muro tecnologico, questi coglioni da tastiera saranno i primi a essere macinati dalla realtà cruda che invocano.
Cosa sperano di trovare oltre le macerie nel loro agognato The day after?
Un deserto dove non saprebbero nemmeno accendere un fuoco senza un tutorial su YouTube.
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