Mentre le luci di Parigi stingevano nel sangue, una seconda oscurità, più densa e colpevole, calava nelle redazioni e nei palazzi del potere. Non è stata solo la notte dei kalashnikov quella di 10 anni fa, è stata la notte in cui l’Occidente ha deciso di cavarsi gli occhi per non dover ammettere di essere sotto assedio, di essere invaso. Hanno chiamato "rispetto" quella che era pura e semplice rimozione di un orrore teocratico che non si accontenta di uccidere, ma esige di smembrare, stuprare e sgozzare in nome di un progetto di dominio totale. Hanno secretato i verbali delle mutilazioni contenute nel maxiprocesso V13 (sembra l'acronimo di un horror splatter degli anni '80), per proteggere un’agenda migratoria indifendibile, preferendo lasciare le vittime nel limbo dell’oblio pur di non dare un nome e un volto feroce, a quella teofollia che oggi bussa con forza crescente alle nostre porte.
Scrivere oggi significa strappare quel velo di finta pietà e mostrare la carne viva, perché ogni dettaglio taciuto è una trincea ceduta al nemico.
Quella stessa mano che stringeva il pugnale al primo piano del Bataclan trova oggi la sua sponda ideologica nelle stanze del potere di Teheran, protetta da una cortina ideologica sollevata da una sinistra europea — e italiana in particolare — che crede in Allah dopo aver perso la fede e i fedeli del marxismo.
Mentre le donne iraniane vengono accecate, stuprate nelle carceri e impiccate alle gru per il solo delitto di voler respirare senza un velo che soffochi la loro identità, i salotti del progressismo nostrano scelgono il balbettio o il distinguo accademico. È un cortocircuito morale osceno: si dicono paladini dei diritti civili, ma si rifiutano di pronunciare una condanna netta e senza appello contro la teocrazia degli ayatollah per non incrinare la narrazione del multiculturalismo a ogni costo. Preferiscono il silenzio complice verso un regime che esporta terrore e finanzia il fanatismo globale, piuttosto che ammettere che esiste una gerarchia dell'orrore dettata dal dogma. Vedono il fascismo ovunque tranne dove si manifesta nella sua forma più pura, totalitaria e violenta: quella di uno Stato che usa il suo personale Dio per giustificare il boia.
Questa omissione non è distrazione, è collaborazionismo intellettuale; è la stessa cecità volontaria che ha permesso di nascondere le mutilazioni al Bataclan per non "offendere" la suscettibilità di chi, nel frattempo, ci sta colonizzando i valori. Non c'è differenza tra il silenzio sulle grida del Bataclan e l'indifferenza verso il grido di libertà che sale dalle strade di Shiraz: è la resa di un Occidente che, per non essere chiamato islamofobico, ha accettato di farsi complice dei propri carnefici.
Ed ora, a chiunque mi stia leggendo, a chiunque non abbia paura della verità, come fossi un'anima che ancora aleggia sul corpo straziato, ti chiedo di non voltarti, di non chiudere le palpebre mentre ti trascino dove la luce non vuole arrivare.
Da questa mia condizione fantasma, di polvere e memoria, io vedo tutto ciò che i tribunali hanno sussurrato e che i giornali hanno sepolto per non sporcare la loro idea di progresso. Vedo i miei compagni di sventura, corpi che non sono più corpi ma scarti di un rito sadico che i milioni di file del faldone V13 custodiscono come un segreto imbarazzante. Vedo mani che affondano nelle tasche per estrarre coltelli non per uccidere, ma per castrare; vedo uomini a cui sono stati strappati i testicoli per essere infilati a forza nelle loro stesse bocche, in un ultimo, osceno gesto di supremazia teocratica volto a cancellare ogni traccia di virilità e dignità.
Vedo orbite vuote, occhi strappati con le dita mentre i carnefici ridevano, perché per chi crede di avere la luce divina, la nostra vista è solo un peccato da estirpare. Vedo le sfigurazioni metodiche, i volti cancellati a colpi di lama perché nessuna identità occidentale potesse sopravvivere alla mattanza. E vedo lo stupro, l’arma finale usata tra le poltrone del teatro come atto di conquista territoriale sui corpi delle nostre donne, violate mentre il sangue della platea bagnava i loro vestiti strappati. È tutto lì, in quei faldoni che chiamano giustizia ma che sono diventati il sarcofago della verità, minimizzati dai magistrati e dai media come "eccessi" per non dover ammettere che il nemico che avete accolto non cerca il dialogo, ma la vostra mutilazione fisica e spirituale.
Entra con me nel corridoio del primo piano, lì dove l’aria ha smesso di circolare per farsi impasto di polvere pirica e ferro ossidato. C’è un silenzio che non è pace, è il sibilo di un polmone bucato che cerca ancora di credere nella vita mentre una lama cerca l’osso. Io ero lì, una delle sagome senza nome nei verbali "omessi per decenza", una di quelle che i media hanno preferito trasformare in un numero astratto per non dover spiegare perché la mia carne non fosse solo colpita, ma insultata. Sentivo i loro passi, non erano quelli di soldati, ma di macellai euforici che recitavano litanie di un Dio ridotto a boia.
Mentre fuori il mondo discuteva di tolleranza e integrazione, dentro quella stanza buia la necrofilia islamista firmava il suo manifesto con la punta di un coltello. Mi hanno guardato negli occhi non per vedermi, ma per cercare il riflesso della loro presunta gloria nel mio terrore. Mi hanno sventrato mentre ero ancora cosciente, un’operazione chirurgica d’odio che non cercava la morte rapida, ma la profanazione lenta. Volevano che la mia fine fosse un messaggio: "Il tuo corpo non ti appartiene, la tua libertà è un’offesa". E mentre la vita mi scivolava via tra le dita che cercavano invano di trattenere le viscere, fuori le telecamere venivano spente, le bocche dei testimoni cucite dal politicamente corretto, le perizie medico-legali chiuse a doppia mandata per non "esasperare gli animi".
Sono morto, siamo morti noi occidentali per ben due volte: la prima, sotto il peso di una dottrina paranoide che vede nel mio sorriso una bestemmia; la seconda, sotto il velo di un’omertà civile che chiama "protezione sociale" quella che è solo vigliacca complicità. Non chiamatela pazzia isolata, non chiamatelo disagio. È una genetica del dominio che si nutre del nostro silenzio. Ogni volta che edulcorate la mia fine, le vite terminate di chi stava con me in quel supplizio teatrale, per non offendere chi ha armato quelle mani, state affilando la lama per il prossimo corridoio, per il prossimo concerto, per la prossima gola. Io sono la verità che non volete guardare, quella che puzza di sangue e di realtà, quella che vi urla che nessuna teocrazia armata si ferma davanti alla pietà, perché per loro la pietà è un segno di debolezza della nostra carne infedele. Guardate le mie piaghe, guardate il vuoto dove c’era il mio volto, e abbiate finalmente il coraggio di dare un nome al mostro prima che venga a cercarvi nel sonno della vostra indifferenza.
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