Nella confusione riplasmata da intermittenze fragorose prive di silenzi respiratori, il rovente calcolo del sole sulle vite sconnesse e sudate, si forma sull'asfalto. Vago per la strada ai margini di magazzini abbandonati, sdruciti nelle pieghe di cemento dove i nervi d'acciaio ruggine sbalzano fuori dalle geometrie deformate dall'assenza di vita organica. Ero già stato qui, ricordo un paio di uomini con caschetto giallo: stavano preservando il sauro decomposto in brandelli di struttura armata, in favore di un'archeologia industriale contenitrice di un futuro centro commerciale?
Dove
sto andando... non ho appuntamenti, so che un'ora fa ero paralizzato
tra vuoto allo stomaco e un monitor acceso. Da un angolo pisciato da
cani randagi sbuca un bipede su un monopattino elettrico,
un'estensione mobile di inutilità sociale. Mi taglia la strada e mi
insulta per la mia disattenzione sbieca sulle fratture grigie sotto
ai miei passi. Non reagisco, mi inoltro nella savana spenta verso
l'unico luogo sensato in questa dematerializzazione: un quadrato di
muri che l'amministrazione pubblica della giustizia ha adibito a
patibolo.
Altre ombre, simili alla mia, stanno strisciando
sui muri che conterranno a breve il supplizio. Ci muoviamo per
attrazione gastromimica verso quel simulacro di Colosseo passivo ed è
l'unico bastardo modo di scongelare il sangue nelle nostre vene.
Nell'area in cui si incastra questa Mecca atea, il grigio è sovrano
di un regno sfatto; nessun neon, nessuna danza macabra di cromodroni
in 3D e nessuna pubblicità ologramma può distrarre o consolare
questi nostri corpi affamati di dolore e disperazione d'altri, di
colpevolezza solo presunta, perché, in questo mercimondo brandizzato
fino alla saturazione delle ossa, l'unico errore fatale è non
consumare l'imposto dall'alto, dal Brand Universale.
Sono
nella calca, sono dentro...
C'è
un sottofondo assordante mantenuto ad altidecibel da un Dj
afroasiatico. Cyberfemmine e transumani sessualmente invitanti ci
orientano allo stordimento, al sussulto, all'alba dei nuovi Dei.
Conosco a memoria il programma, ma è l'unica monotonia prevedibile
che non mi stanca, che non ci annoia. Qui dentro, all'interno del
mercimondo, nel suo orgoglio giustizialista, la droga è libera, è
gratis. Ce la distribuiscono in dosi massicce e non pochi saranno
raccolti morti dopo l'evento di necro-liberazione. Siamo la lettera
scarlatta sul murales di una gioia non più presente nella memoria
collettiva.
La prima volta che fui attraversato dalla
scossa dello snuffparty non provai nulla, ma si incastrò nei miei
circuiti di piacere e ricompensa. Non avevo capito che il luogo dove
mi trovo ancora... e ancora... e ancora, è una maledetta scatola di
Skinner.
Il
comunicatore si fa avanti tra laser e nebbie psicotrope, ha in mano
l'elenco dei criminali che saranno terminati, ognuno in modo
originale secondo il volere dei mutanti... gli spettatori, noi
all'ultimo stadio di disumanità organizzata.
Preso dal
vortice granulare della mia percezione strafatta di convulsioni
erotosonore, faccio il grave sbaglio di rifiutare la mia dose di
sinthanfetamine. Sono convinto di poterne fare a meno, dopo decine di
mutilazioni e cannibaliche lezioni di gratuita crudeltà visiva e
olfattiva. Ma mi sbaglio, cado in un errore pneumatico che si
manifesta in orrore, quando il primo nome pronunciato da quello
psicopompo asessuato, è il mio, e la figura condotta dai carcerieri
sul palco, è la mia.
Cosa non torna?
Mi faccio strada tra i servi della necrosintesi antropologica, inciampo in corpi calpestati, mi aggrappo a spalle, schiene, mi tiro su, afferrando cosce di esseri indecifrabili, fino all'orizzonte dell'evento della mia decapitazione, come invocato istericamente degli astanti sbavanti. Sono sotto all'enorme ghigliottina trascinata sul metallo nero del proscenio.
Il mio
sosia è spacciato, ma ride compulsivamente mostrando denti e lingua
con la stessa apertura orale della progenie di Venom.
Un
improvviso finale si stacca dalla lama traslucida della macchina
omicida, l'unico pezzo antico in una psichedelia ultramoderna. La mia
testa, stillante l’essenza liquida di un corallo, mi rotola fra le
mani e mi parla ghignando: "Ecco cosa non torna... continui a
rimanere incastrato in questa modulazione di frequenza assassina, in
questo loop necrostatico. Sei morto dieci esecuzioni fa".
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