domenica 18 gennaio 2026

SKINNER BOX (una short story)




 

Nella confusione riplasmata da intermittenze fragorose prive di silenzi respiratori, il rovente calcolo del sole sulle vite sconnesse e sudate, si forma sull'asfalto. Vago per la strada ai margini di magazzini abbandonati, sdruciti nelle pieghe di cemento dove i nervi d'acciaio ruggine sbalzano fuori dalle geometrie deformate dall'assenza di vita organica. Ero già stato qui, ricordo un paio di uomini con caschetto giallo: stavano preservando il sauro decomposto in brandelli di struttura armata, in favore di un'archeologia industriale contenitrice di un futuro centro commerciale?


Dove sto andando... non ho appuntamenti, so che un'ora fa ero paralizzato tra vuoto allo stomaco e un monitor acceso. Da un angolo pisciato da cani randagi sbuca un bipede su un monopattino elettrico, un'estensione mobile di inutilità sociale. Mi taglia la strada e mi insulta per la mia disattenzione sbieca sulle fratture grigie sotto ai miei passi. Non reagisco, mi inoltro nella savana spenta verso l'unico luogo sensato in questa dematerializzazione: un quadrato di muri che l'amministrazione pubblica della giustizia ha adibito a patibolo.

Altre ombre, simili alla mia, stanno strisciando sui muri che conterranno a breve il supplizio. Ci muoviamo per attrazione gastromimica verso quel simulacro di Colosseo passivo ed è l'unico bastardo modo di scongelare il sangue nelle nostre vene. Nell'area in cui si incastra questa Mecca atea, il grigio è sovrano di un regno sfatto; nessun neon, nessuna danza macabra di cromodroni in 3D e nessuna pubblicità ologramma può distrarre o consolare questi nostri corpi affamati di dolore e disperazione d'altri, di colpevolezza solo presunta, perché, in questo mercimondo brandizzato fino alla saturazione delle ossa, l'unico errore fatale è non consumare l'imposto dall'alto, dal Brand Universale.

Sono nella calca, sono dentro...

C'è un sottofondo assordante mantenuto ad altidecibel da un Dj afroasiatico. Cyberfemmine e transumani sessualmente invitanti ci orientano allo stordimento, al sussulto, all'alba dei nuovi Dei. Conosco a memoria il programma, ma è l'unica monotonia prevedibile che non mi stanca, che non ci annoia. Qui dentro, all'interno del mercimondo, nel suo orgoglio giustizialista, la droga è libera, è gratis. Ce la distribuiscono in dosi massicce e non pochi saranno raccolti morti dopo l'evento di necro-liberazione. Siamo la lettera scarlatta sul murales di una gioia non più presente nella memoria collettiva.

La prima volta che fui attraversato dalla scossa dello snuffparty non provai nulla, ma si incastrò nei miei circuiti di piacere e ricompensa. Non avevo capito che il luogo dove mi trovo ancora... e ancora... e ancora, è una maledetta scatola di Skinner.

Il comunicatore si fa avanti tra laser e nebbie psicotrope, ha in mano l'elenco dei criminali che saranno terminati, ognuno in modo originale secondo il volere dei mutanti... gli spettatori, noi all'ultimo stadio di disumanità organizzata.

Preso dal vortice granulare della mia percezione strafatta di convulsioni erotosonore, faccio il grave sbaglio di rifiutare la mia dose di sinthanfetamine. Sono convinto di poterne fare a meno, dopo decine di mutilazioni e cannibaliche lezioni di gratuita crudeltà visiva e olfattiva. Ma mi sbaglio, cado in un errore pneumatico che si manifesta in orrore, quando il primo nome pronunciato da quello psicopompo asessuato, è il mio, e la figura condotta dai carcerieri sul palco, è la mia.

Cosa non torna?

Mi faccio strada tra i servi della necrosintesi antropologica, inciampo in corpi calpestati, mi aggrappo a spalle, schiene, mi tiro su, afferrando cosce di esseri indecifrabili, fino all'orizzonte dell'evento della mia decapitazione, come invocato istericamente degli astanti sbavanti. Sono sotto all'enorme ghigliottina trascinata sul metallo nero del proscenio.

Il mio sosia è spacciato, ma ride compulsivamente mostrando denti e lingua con la stessa apertura orale della progenie di Venom.

Un improvviso finale si stacca dalla lama traslucida della macchina omicida, l'unico pezzo antico in una psichedelia ultramoderna. La mia testa, stillante l’essenza liquida di un corallo, mi rotola fra le mani e mi parla ghignando: "Ecco cosa non torna... continui a rimanere incastrato in questa modulazione di frequenza assassina, in questo loop necrostatico. Sei morto dieci esecuzioni fa".



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