domenica 22 febbraio 2026

IL FINE E' LA FINE

 


Le simulazioni che girano nei server sotterranei del Pentagono e del Cremlino, quelle che non finiscono in pasto ai social-media, e agli algoritmi che li guidano nel baratro del cicaleccio sbavante, hanno smesso di parlare di "conflitto": parlano di liquidazione.

Le statistiche riservate per il periodo 2026-2050 dicono che la probabilità di uno scambio nucleare "limitato" è salita al 14% per decennio. Sembra poco? È una condanna a morte certa su una linea temporale di trent'anni.

Ci sono funzionari, burocrati dal gelo nucleare che leggono, sorseggiando caffè bollente da grandi mug, le analisi spietate della nostra fine imminente, quella che abbiamo sfiorato, e per adesso rimandato, nel dicembre del 2023 quando la Russia lanciò l'oreshnik.

Quello che lasciano trapelare, mentre organizzano il barbeque della domenica, è una sorta di ottimismo irreversibile ceduto per somme astronomiche a chi stringe il guinzaglio dell'informazione intorno ai propri cani da guardia. Non preoccupatevi, andrà tutto bene, è una litania che già conosciamo. Ci fanno sapere, questi becchini dell'umanità, che uno scontro "locale" (India-Pakistan o NATO-Russia sul fronte europeo) prevederebbe  l'impiego di sole 250 testate da 15 a 100 kiloton. 

Risultato più che accettabile se l'umanità vuole arrrivare alla fine del secolo. Non illudiamoci: se la fisica conta ancora qualcosa per chi non tagliava durante il suo insegnamento che ai più risultava ostico o palloso, non si tratta di una guerra regionale ma dell' immissione istantanea di non meno di 10 milioni di tonnellate di fuliggine nella stratosfera.

Andrà tutto bene? Certo, si tratterà solo della fine del Sole, perchè le simulazioni climatiche non pubblicate, anche queste trafugate da qualche anima buona e viralizzate nelle profondità quasi inaccessibili del web, indicano un calo termico globale di -10°C entro 12 mesi. Le medie latitudini  sarebbero colpite da gelate estive e di conseguenza la produzione cerealicola mondiale crollerebbe del 90% in due anni.

Il rassicurante rapporto vittime/tempo ci dice che per ogni morto vaporizzato dal lampo termico dei pochi kilotoni, nei primi 10 minuti, ce ne saranno 2.500 che moriranno di fame e stenti nei successivi 36 mesi. Il totale fa 2 miliardi di decessi per uno scontro che i militari ai vertici delle catene di comando definiscono... "gestibile".

Le simulazioni di guerra cibernetica indicano che nel 65% dei casi l'escalation nucleare non sarà decisa da un uomo, ma da un algoritmo di difesa che interpreta un "glitch", un falso allarme o un attacco ai satelliti, come un lancio imminente. La nostra specie è appesa a un if-then scritto in codice frenetico.

I confini sui quali oggi ci si combatte entro vent'anni potrebbero trasmutarsi in varianti Nagasaki o distese di ghiaccio nero. La realtà è che il sistema è in overload. Le testate non sono lì per non essere usate; sono lì perché la logica del potere non conosce la parola arresto o "ritirata".

Il 2050 non è un traguardo, è un muro e qualche migliaio di funzionari ci sta correndo contro a fari spenti, convinti che qualcuno, all'ultimo momento, premerà il freno. Ma i freni sono stati smantellati ottant'anni fa.

Guardo questo orizzonte e vedo solo un conteggio alla rovescia  che nessuno ha il coraggio di leggere ad alta voce, mentre le proiezioni probabilistiche  dei centri di comando sussurrano una verità che gela il sangue più di un inverno nucleare. La probabilità di uno scambio di testate  massiccio entro la metà del secolo non è più una congettura paranoica, ma una certezza statistica radicata nel collasso dei trattati di non proliferazione e nell'ascesa di sistemi di risposta automatizzata  che riducono il tempo di decisione umana a un battito di ciglia o cardiaco, se chi sta dietro a quel tasto enter un cuore ce l'ha ancora... ma pare di no.

Le simulazioni di guerra più cupe indicano che il punto di non ritorno  è stato superato quando abbiamo affidato la sorveglianza dei cieli a intelligenze artificiali programmate per l'escalation  rapida come unica forma di difesa credibile. Non c'è un piano di emergenza che regga l'impatto di cinquemila megatonnellate distribuite in meno di sei ore su tutto il pianeta trasformando la biosfera in un magazzino di scorie radioattive a cielo aperto. 

Questa consapevolezza ha un sapore di veleno per topi che rende ogni disputa quotidiana un esercizio di futilità assoluta di fronte alla precisione devastante dei vettori ipersonici già puntati sulle nostre coordinate.  L'ultima generazione, non la ridda di cretini che si sdraiano sui binari dei treni o sui crocevia autostradali, ha già iniziato il suo cammino verso l'ombra definitiva rigata da una soffice neve al plutonio. Ma non illludiamoci, gli imbecilli esaltati dal tappeto di candidi fiocchi, prima di cascare a brandelli sotto le sferzate di un algido vento neutronico, proveranno a sciarci sopra e a tirarsi palle urlando: "Siamo vivi!"

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