giovedì 12 marzo 2026

IO NON SONO IRANIANO

 


 

Non sopporto il parassitismo dell'empatia digitale. Non parlo perché non possiedo il diritto al dolore degli altri. Mentre il vlogger medio consuma la sua dose quotidiana di indignazione per nutrire l'algoritmo, io scelgo il silenzio come forma di rispetto per un'asimmetria che non può essere colmata da un post. Non sono iraniano: non ho il deserto negli occhi, non ho l'odore del gas lacrimogeno incastrato nei pori, una lacerazione da impiccagione sotto il mento, o l'eredità di millenni di imperi e rivoluzioni accolte come giuste e finite poi nel sangue che preme sulle tempie.

Io cerco, in ogni mio pensiero, di sdradicare la mitomania dello sguardo mediato dai social e non direttamente connesso con la realtà di cui si sta il più delle volte sproloquiando. Siamo diventati tutti cartografi di terre che non abbiamo mai calpestato. Esperti di dinamiche sociali, teocratiche, mediche, scientifiche e geopolitiche basate su tre thread di X e un video sgranato su Telegram. 

Questa è la grande malattia del nostro tempo: l'esaltazione dello scribacchino, dell'affabulatore, del markettaro di parole e contenuti virali che crede che "dare visibilità" all'ingiustizia o difenderla senza conoscerne gli artigli che ti ficca nella carne, sia un atto eroico, quando spesso è solo un modo per non sentirsi irrilevanti. Parlare di un popolo senza averne respirato la polvere è una forma di turismo ontologico. È pornografia della sofferenza altrui usata come fondale per la propria falsa coerenza morale.

Il mio blog è una cella del sapere di non sapere, una socratica emulazione irrilevante per la rete, ma non per la mia anima che anela all'eradicamento del narcisismo... e solo in un cenobio cercato e non imposto si impara il limite. La prospettiva che offro è quella di chi sta sulla soglia e riconosce la propria cecità. La solitudine da internauta che abbraccio, abbatte in me la tentazione di sentirmi "parte della storia" solo perché ne digito il nome. Non sono iraniano e riconoscerlo è l'unico modo per non insultare chi iraniano lo è davvero, chi sta morendo o vivendo dentro quel paradosso, o è scappato in altri luoghi per non essere accolto ma giudicato traditore, mentre noi, da questa parte dello schermo, giochiamo a fare i demiurghi della libertà altrui con la pancia piena e la connessione veloce.

Di me custodisco la licenza di un silenzio interiore che mi spinge a distillare parole e a non rovesciarne a cascata per essere indicizzato meglio e ovunque. Lascio la porta aperta, la roll-bar gira, i testi vecchi sedimentano. Ma su questo resto fermo nel mio margine. 

Se non hai calpestato quella terra, se non hai mai taciuto per paura, se non conosci la lingua delle loro suppliche, delle loro ferite, delle violenze subite attraverso coloro che si fanno ministri di una sanguinaria teofollia, se non sei mai stato un giorno delatore un altro vittima della delazione, se non hai il marchio bruciante dell'infamia che spicca sulla fronte, se non hai perso pezzi di corpo, pezzi di vita,  brani famigliari, non puoi nemmeno accostare l'orecchio alle loro maledizioni, alle loro imprecazioni, alle bestemmie interiorizzate, perchè i nostri commenti sono soltanto rumore. 

Ho deciso che il mio diario che non è una soluzione nè un'assoluzione, non sarà una cassa di risonanza per il frastuono missilistico del mondo, ma un luogo dove si ammette, con mestizia, la propria distanza, la propria ignoranza, la propria insipienza, la paura di perdere, per mano di una cricca di esaltati, quello straccio di libertà che fino ad ora ha impedito alla maggiorparte di noi di essere spietati e disumani.



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