mercoledì 8 aprile 2026

Repulsioni semantiche



Nel tempo ho sviluppato una epidermica avversione verso la lingua inglese; la koinè imposta dall'impero con le sue formulette sintetiche utili ad esprimere concetti complessi in un accrocchio di parole mi repelle.

Non sopporto coloro che accolgono cadavericamente questi termini, e non sopporto il riconoscersi reciproco di coloro che si compiacciono di questo linguaggio moderno, rapido, efficiente, pragmaticista.
La grande sfida di questo tempo è resistere alla cosiddetta "etica terminologica", ovvero tutte quelle definizioni, tutt'altro che neutre e ingenue, rappresentative di una weltanshauung ben precisa.

Termini quali "cambiamento climatico", "resilienza", "meritocrazia", "inclusività", "genere", "violenza sulle donne", "hater", "skill" et cetera; elenco che si può tranquillamente allungare dilettandosi a scovare i lemmi che si sono incistati nel nostro linguaggio e di conseguenza nel nostro modo di pensare e di vedere il mondo.
Tanto sono pervasivi e subdoli, grazie a sapienti tecniche di marketing e di PNL, da entrare nel modo di esprimersi anche dei più avveduti e culturalmente solidi.

Ormai non è raro che importanti prelati, piuttosto che intellettuali, artisti navigati, contro informatori e dissidenti vari scivolino in qualche trappola linguistica.
Come detto, parlare in un certo modo equivale a pensare in un certo modo e pensare equivale ad agire o non agire, a seconda dei casi.

La tecnica è consolidata, se non fai parte della tribù terminologica sei un reietto, un negazionista, l'uomo sacer che si mette di traverso alla narrazione, ma che, appunto, amo pensare piuttosto come un "resistente", ovvero colui che resta saldo e non si lascia suggestionare mantenendo un pensiero autonomo, una capacità di autocontrollo e di governo del proprio modo di esprimersi  sforzandosi di riconoscere con chiarezza e precisione i molti inganni di cui siamo quotidianamente vittime.

                                                        Marcusenor

sabato 4 aprile 2026

2000 anni di Via Crucis... ma la Luce dell'unica verità, li attraversa.


La Santa Croce non è un simbolo, è una compagnia necessaria.


La croce non è un reperto archeologico, ma la struttura stessa di questo mondo. È il punto di intersezione tra l’infinito e la carne, dove il tempo prova a soffocare l'eterno. Crocifiggere Gesù oggi significa riconoscere che quella geometria di dolore non si è mai sciolta: il legno è la materia densa della nostra realtà, e Lui vi resta inchiodato sopra, sospeso tra il fango e il cielo.

I chiodi non sono solo ferro antico; sono ogni atto di indifferenza, ogni pretesa di possesso che trafigge la libertà. La corona di spine continua a mordere ogni volta che il pensiero viene umiliato e gli sputi sono il rumore di fondo di una via crucis che attraversa i secoli senza sosta. Questa agonia che dura da duemila anni non è una sconfitta, ma la misura di quanto il mondo tenti disperatamente di trattenere ciò che non può contenere.

Eppure, in questo silenzio che precede la rivelazione delle rivelazioni, quelle piaghe restano aperte come varchi. Non sono segni di morte, ma feritoie da cui filtra la promessa. Essere inchiodati al mondo, dal mondo,  significa abitarne il dolore senza fuggire, sapendo che la Resurrezione non è un ricordo, ma una pressione interna alla storia, alla carne, all'anima che spinge per esplodere di nuovo. 

La Resurrezione sarà ulteriore dubbio per gli uomini che fuggirono davanti alle sofferenze di chi gli era stato amico da subito, per coloro che videro ma non distinsero, udirono ma non compresero. Solo le donne non dubitarono, lo attesta la loro presenza sul Calvario, al Sepolcro, dopo la straordinaria scoperta del Signore vivo in mezzo a noi.

La Luce non cancella le profonde e carnali ferite... le attraversa senza curasi dello spazio e del tempo.


Vorrei... un Dio più sostenibile

                                                   Che cosa sono io senza di Te se non la guida di me stesso verso l’abisso. (S.Agostino - C...