domenica 1 febbraio 2026

Il teppismo anarco-selfie-narcisista si nutre del suo vandalismo autoreferenziale


"Ci sono momenti in cui la realtà diventa troppo complessa per la trasmissione orale. Ma la leggenda la tramanda in una forma che le permette di circolare nel mondo intero. Tutto è stato detto, a meno che le parole non cambino senso, e i sensi, parole." 

(Affermazione del computer totalitario Alpha 60 di Alphaville)

Che sia a Torino, Bologna, Milano, o in qualsiasi altra città dell'impero morente, siamo finiti dritti dentro il taxi di Lemmy Caution, ma senza la via d'uscita della poesia. Quello a cui assistiamo oggi nelle piazze non è conflitto politico, è una produzione febbrile di contenuti vuoti che avrebbe fatto rabbrividire Jean-Luc Godard. 

Se in Alphaville il computer centrale Alpha 60 eliminava le parole per uccidere la coscienza, il teppismo anarco-selfie-narcisista fa l'esatto opposto: satura il nulla con il rumore di una distruzione che serve solo ad alimentare il simulacro. Il vandalismo è diventato un’estensione patologica del reparto marketing dell’Io, dove si spacca una vetrina, non per interrompere il flusso della merce, ma per generare l'inquadratura perfetta per il proprio vuoto pneumatico. È il trionfo della "poca elettricità" di cui parlava Natasha nel citato film distopico, davanti allo sguardo smarrito di Eddie Constantine che le chiedeva perchè tanti volti scuri circolavano in Alphaville; un picco di tensione biochimica che dura il tempo di un upload, per poi sprofondare di nuovo nell'apatia del feed infinito. 

Altro che eredi del marxismo o delle generazioni peace and love: in questa deriva da merce sociologica contraffatta, la materia stessa viene sacrificata al pixel e al merchandising dozzinale da bancarella da stadio. Il bene pubblico cessa di essere un valore collettivo per farsi materiale di scena; nello scontro armato asimmetrico tra Forze dell'Ordine e plebaglia strafatta, quest'ultima, con atti di rivolta inconcludente, cannibalizza lo spazio urbano e lo immortala nell'evanescenza di uno streaming che, se non monetizza, semplicemente non esiste. 

È la rivolta dei terminali che si aggregano per qualche ora di devastazione allucinata, come in un orange-mob di ultraviolenza  meccanica; è un anarco-narcisismo privo di progetto e di visione, dove il lato destro del cervello — quello dell'intuizione e della sintesi — è stato del tutto evirato a favore di un algoritmo distorto di auto-affermazione violenta e gutturale, unico vero golpe sintattico e semantico. Questi nuovi esseri delle nostre  Alphaville sono i pupazzi perfetti della smemorizzazione infantile programmata; vivono in un eterno presente neonatale dove il danno di oggi non costruisce alcun domani, ma serve solo a confermare la propria presenza statistica nel database dello spettacolo di massa.

Siamo oltre la critica di Debord e Bradbury, siamo nella simulazione pura dove il Potere, saturo di se stesso, non ha nemmeno bisogno di reprimere, perché gli basta godersi lo spettacolo comodamente seduto nelle prime file,  dello schiavo che trasforma la propria catena in un accessorio di scena per il prossimo post, per il prossimo aggiornamento di stato catatonico, mentre l'anima evapora nel calore di uno smartphone che brucia, unico vero incendio rimasto in una società che ha scambiato la libertà con la visibilità del proprio inutile vandalismo autoreferenziale.

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