Molti illusi, nelle fila della sinistrata sinistra italiana, sognano una resistenza infinita del regime iraniano contro il “cattivo” occidente guidato da ciuffo biondo, Donald Trump.
Una resistenza islamista, quasi quasi... comunista, contro il peggiore mondo possibile - secondo la loro ideologia seppellita dalla storia - che però, per pura casualità anagrafica, li foraggia e gli permette pure di dire fesserie, senza il rischio di essere rinchiusi a vita, come gli accadrebbe in quelle dittature che tanto adorano, sì, ma a distanza di qualche migliaio di chilometri, perché in quelle non vogliono vivere neanche per una misera ora. (Venezuela docet)
Ma non capiscono o fanno finta di non capire che non serve un esercito per abbattere Qom, una delle due città sante dell’Iran, non serve sprecare uranio per radere al suolo quella città-laboratorio dove si produce il dogma a scadenze industriali.
Qom è il cuore nero, nero come il turbante di un Sayyd, come il suo bisht, il suo tetro mantello che svolazza mentre sale sugli yacht o firma condanne a morte contro chiunque sfidi la sua autorità religiosa, la sua discendenza diretta con il profeta. Qom è il reattore nucleare dove l'incenso si mescola alla polvere dei seminari per fabbricare la Guida Suprema. È lì che i vecchi religiosi invasati di Corano, decidono come devono vivere i giovani, blindando il sacro dentro una fortezza di uffici e archivi.
E se Qom è il cervello, Mashhad, l’altra città santa, è il ventre molle e dorato di una teocrazia che sa di marcio, un marcio che i muezzin cercano di profumare con il loro canto mattutino. Mashhad è la cassaforte del regime, un parco a tema del martirio dove il sacro diventa una slot machine che sputa preghiere e incassa ricchezze immense. Mentre i seminari di Qom fabbricano la gabbia mentale, le fondazioni di Mashhad la lucidano con l’oro dei pellegrini, gestendo un impero economico esentasse che controlla la vita e lo stomaco di milioni di persone.
E no, cari sinistri italici; la teocrazia iraniana non cade sotto i colpi dei fucili, cade quando la sua immunità crolla. Il Mullah sul pulpito che urla contro l'Occidente è ormai un paziente zero che nessuno vuole più ascoltare. La strategia non è la guerra, è il contagio.
Il piano è semplice e letale: inondare le reti neurali della gioventù persiana usando una VPN, una Rete Virtuale Privata, un passaporto falso per uscire dalla prigione di internet, le cui chiavi sono gelosamente custodite dal potere al governo di Teheran.
Inutile vendere la libertà a quei giovani, quella roba è astratta. Vendetegli il peccato. Quando un ragazzo di 19 anni a Isfahan bypassa il firewall governativo e vede sullo smartphone che il figlio del Generale dei Pasdaran sta bevendo champagne su uno yacht a Dubai (pagato con l'oro sottratto ai santuari di Mashhad), il virus si attiva. Non scende in piazza per la democrazia. Scende in piazza per la vendetta.
Il firewall del regime iraniano è pieno di buchi. E da quei buchi non entra la luce. Entra la malattia che scioglie le fondamenta, l’omeopatia nichilista fabbricata in Germania nel XIX secolo. Se Qom è il centro gravitazionale di Teheran, la sorgente del segnale teocratico assolutista, l'Occidente al tramonto — schifoso o appena passabile come lo conosciamo, lo subiamo o com’è diventato — resta l'unica interferenza possibile di quel segnale, l’unico virus letale per abbattere la teocrazia dei Sayyd: un veleno per neutralizzare un veleno ancora più devastante.
I puristi si indignano e pensano che questo è solo un modo per omologare “loro” ai nostri vizi, come se “loro”, i nostri vizi, non li desiderano e non li praticano in ogni modo possibile. Questa è ipocrisia, cecità. E non raccontatevi la favoletta che sono le “loro” classi dirigenti ad essere degenerate, mentre il popolo è santo e ancor di più lo è perché straccione. Se l’etica del popolo fosse inattaccabile, il virus non attecchirebbe, ma già lo sta facendo… chiedetevi il perché o fatevene una ragione.