Voce di uno che grida nel deserto
E' sempre più netta la sensazione che dietro le grandi suggestioni di questa epoca ci siano influenze sinistre atte a seminare odio contro l'uomo quale creatura privilegiata del Signore.
E' sempre più netta la sensazione che dietro le grandi suggestioni di questa epoca ci siano influenze sinistre atte a seminare odio contro l'uomo quale creatura privilegiata del Signore.
Mi ricordo che anni fa
di sfuggita dentro ad un bar
ho sentito un juke box che suonava
e nei sogni di bambino
la chitarra era una spada
e chi non ci credeva era un pirata!
E la voglia di cantare
e la voglia di volare
forse mi è venuta proprio allora,
forse è stata una pazzia,
però è l’unica maniera,
di dire sempre quello che mi va!
Non potrò mai diventare
direttore generale
delle poste o delle ferrovie,
non potrò mai far carriera
nel giornale della sera
anche perché finirei in galera!
Mai nessuno mi darà
il suo voto per parlar
o per decidere del suo futuro,
nella mia categoria
tutta gente poco seria
di cui non ci si può fidare! (Come no!)
Guarda invece che scienziati,
che dottori, che avvocati,
che folla di ministri e deputati! (e che magistrati!)
Pensa che in questo momento
proprio mentre io sto cantando
stanno seriamente lavorando!
Per i dubbi e le domande
che ti assillano la mente
va’ da loro e non ti preoccupare,
sono a tua disposizione
e sempre, senza esitazione
loro ti risponderanno!
Io di risposte non ne ho!
Io faccio solo rock ‘n’ roll! (Come no!)
se ti conviene bene
io più di tanto non posso fare! (Non ci sembra)
Gli impresari di partito
mi hanno fatto un altro invito,
e hanno detto che finisce male
se non vado pure io
al raduno generale
della grande festa nazionale! (Infatti ci sei andato)
Hanno detto che non posso
rifiutarmi proprio adesso
che anche a loro devo il mio successo, (verissimo)
che son pazzo e incosciente
sono un irriconoscente
un sovversivo, un mezzo criminale!
Ma che ci volete fare
non vi sembrerò normale
ma è l’istinto che mi fa volare!
Non c’è gioco né finzione
perché l’unica illusione
è quella della realtà della ragione!
Però a quelli in malafede
Sempre a caccia delle streghe
Dico: no! Non è una cosa seria! (Infatti, dici di no)
E così è se vi pare
ma lasciatemi sfogare.
Non mettetemi alle strette
O con quanto fiato in gola
vi urlerò: non c’è paura
ma che politica, ma che cultura, (ma che magistratura)
Sono solo canzonette!...
non mettetemi alle strette
sono solo canzonette!
Il fegato scoppia, è spappolato, come cantava il Vasco. Mi guardo intorno e cosa vedo? Vedo ciò che non vorrei vedere; un non Stato, un tribunale a cielo aperto dove il verdetto è già scritto contro di me, contro tutti quelli che non si allineano al giustizialismo dominante di natura aberrante.
Siamo governati da un’aristocrazia di toghe che ha deciso di trasformare l’Italia nel parco giochi del crimine globale. Questa magistratura non è più la terza camera dello Stato, è il burattinaio supremo che detta l’agenda politica di tutta la sinistra, dai salotti dell’opposizione fino ai movimenti pro-pal, antifa e ai fanatici dei gender studies. È un potere evidente che agisce, impunibile, alla luce del sole, criminalizzando sistematicamente i governi legittimamente eletti di cui non può muovere i fili, usando l’arma infame del dossieraggio e della calunnia per abbattere chiunque non si pieghi al loro ordine ideologico.
Mentre il cittadino comune viene schiacciato da una pressione fiscale da usura, la magistratura autocratica stende tappeti rossi a chiunque porti caos. L’assassino diventa un soggetto fragile da riabilitare, lo spacciatore una vittima della società, e lo scippatore un ospite intoccabile che sorride alle telecamere sapendo che la cella è solo un miraggio. È un’inversione termica del diritto dove l’italiano che si difende viene trascinato per decenni nei gironi danteschi di processi infiniti, mentre l’integralista che vomita odio contro la nostra civiltà, gode del paravento della libertà di espressione.
In questo delirio kafkiano, certi magistrati sono arrivati a considerare la criminalità come una professione legittima: per loro, il delinquente che viene ferito o abbattuto durante un atto di legittima difesa non è un aggressore che ha cercato il suo destino, ma un lavoratore colpito da un "ingiusto e disumano infortunio" che la vittima deve risarcire a vita, trasformando il derubato, il pestato, lo sfregiato e i suoi cari che tentava di proteggere, nel bancomat eterno del suo carnefice e dei suoi afflitti famigliari.
Ma il vero orrore pulsa nelle case, nel terrore delle madri e dei padri castrati dal femminismo misandrico che guardano le proprie figlie giovanissime uscire di casa con il cuore in gola, sapendo che, là fuori, branchi di predatori pascolano impuniti, protetti da sentenze che chiamano "scarsa rilevanza del fatto" quello che è un trauma indelebile. L'urlo femminile viene soffocato dal silenzio complice dei tribunali, gli stessi che restano sordi davanti al dramma di genitori a cui assistenti sociali ideologizzati strappano via i figli con perizie che puzzano di abuso di potere e pregiudizio.
Questa magistratura sta svolgendo un compito utilissimo all'islam radicale: schiacciare sistematicamente la virilità maschile del nostro popolo, criminalizzando ogni istinto di protezione e di forza. Altro che V come vendetta, qui siamo alla V come Virilità... oppressa, dove l'uomo che osa ancora agire da uomo viene perseguitato come un reperto bellico da smantellare.
Siamo ostaggi di un sistema che tutela l’occupazione abusiva come fosse un diritto sacro: guardate lo scempio del Leoncavallo, dove la proprietà privata viene calpestata da decenni nell’indifferenza di chi dovrebbe far regnare la legge. Hanno il coraggio di spacciare la merda di graffiti che imbratta il nostro patrimonio urbanistico come arte di strada da conservare, elevando lo scarabocchio di vandali "ispirati" a reliquia più preziosa dell'orinatoio di Duchamp, pur di non sgomberare i loro protetti politici.
Eppure, abbiamo riso ai comici di Zelig; che bravi... clap...clap... quelli che in fila per due con il resto di nulla, difendono un cesso sociale perchè raro esempio di cultura della pace: sì, la pace dei fancazzisti drogati, figli di coloro che fanno parte del circolino di chi decide cosa dobbiamo dire, fare, pensare, fino ai recessi della nostra "inviolabile" privacy emotiva e sessuale.
Questi mandarini del diritto hanno divorziato dal popolo, filtrando la realtà attraverso un buonismo punitivo che premia chi si appropria indebitamente di una casa e condanna chi ha passato una vita a pagarla o deve ancora finire di saldarla. È un’autocrazia che non usa i carri armati, ma le sentenze creative e i faldoni avvelenati per smantellare i confini, la morale e il futuro di una nazione.
Non saranno tutti così, qualcuno mormora. Allora che vengano fuori, i buoni; siamo pronti ad accoglierli, visto che i cattivi non vedono loro di spianare la strada del cretino qualunque che lavora, produce, tace e crepa, che mena al patibolo.
Se la giustizia è cieca, la nostra magistratura ci vede benissimo: vede il bersaglio e siamo noi.
E per chi ha voglia di approfondire, ecco come il popolo è stato esautorato dal controllo sul Potere Legislativo alias CSM (Consiglio Superiore della Magistratura) attraverso la successione dei Presidenti della Repubblica:
Appendice della Vergogna
CRONOLOGIA DEI CUSTODI DEL SISTEMA (1946-2026)
Enrico De Nicola (1948): Avvocato penalista. Il capostipite che ha saldato il legame tra alta avvocatura e vertice dello Stato.
Luigi Einaudi (1948-1955): Economista. Sotto il suo mandato nasce la Corte Costituzionale, il secondo pilastro del potere giudiziario sopra quello politico.
Giovanni Gronchi (1955-1962): Il "padrino" del CSM. Nel 1958 inaugura ufficialmente l'organo di autogoverno delle toghe.
Antonio Segni (1962-1964): Accademico del diritto, l'uomo dei codici. Rappresenta la fusione tra dottrina giuridica e potere esecutivo.
Giuseppe Saragat (1964-1971): Laureato in economia, ma garante della stabilità istituzionale in cui la magistratura inizia a espandere il proprio raggio d'azione politica.
Giovanni Leone (1971-1978): Principe del foro e penalista. L'uomo che parlava la lingua dei tribunali nel cuore del Quirinale.
Sandro Pertini (1978-1985): Laureato in legge. Ha gestito il CSM durante l'emergenza, blindando l'autorità dei magistrati come baluardo dello Stato.
Francesco Cossiga (1985-1992): Giurista. Conosceva i segreti del CSM dall'interno; il suo tentativo di "picconare" il sistema è stato neutralizzato dalla casta stessa.
Oscar Luigi Scalfaro (1992-1999): Magistrato di carriera. Ha gestito Tangentopoli trasformando il Quirinale nella retrovia politica delle Procure.
Carlo Azeglio Ciampi (1999-2006): Laureato in giurisprudenza. Ha garantito la "pax giudiziaria" permettendo il consolidamento definitivo dello strapotere delle toghe.
Giorgio Napolitano (2006-2015): Due mandati. Il protettore supremo: ha distrutto prove scomode (intercettazioni) e bloccato ogni riforma della giustizia sgradita al CSM.
Sergio Mattarella (2015-2026): Due mandati. Giurista e Giudice Costituzionale. L'ultimo e più raffinato garante del fortino giudiziario contro ogni interferenza popolare.
Pensavate che i Talebani fossero diventati improvvisamente dei santi crociati contro la droga?
Illusi!
Il bando totale alla coltivazione di oppio imposto dal regime di Kabul nel 2022 — che ha tagliato la produzione del 95% in un solo anno — non è un atto di moralità, è l’innesco di una bomba termobarica sul mercato globale.
L’eroina afghana, quella "bio" che ha alimentato le vene del mondo per quarant’anni, sta finendo. E nel narcotraffico il vuoto è un peccato che si paga con la chimica. Mentre le scorte di oppio accumulate dai boss di Kandahar iniziano a scarseggiare, i Cartelli Messicani (Sinaloa e CJNG) e le Triadi Cinesi stanno già servendo il dessert. Se non c’è più l’eroina del contadino, arriva il Fentanyl del chimico.
Quello che abbiamo visto negli USA — 100.000 morti all'anno — è il trailer di ciò che sta arrivando in Europa. I narcos non hanno bisogno di navi cargo per la coca o l'oppio; gli bastano buste da lettere cariche di polvere sintetica 50 volte più potente. Il piano è semplice e spietato:
Contaminazione: tagliare la poca eroina rimasta con il Fentanyl per rendere la dipendenza una prigione senza uscita.
Sostituzione: quando l'eroina sparirà del tutto, il mercato sarà già "educato" al sintetico.
Profitto Assoluto: costi di produzione zero, rischi logistici minimi, mortalità massima.
Mentre il documento 1:11-cr-00205-AKH inchioda Maduro come il custode delle vecchie rotte, la nuova via della seta è lastricata di precursori chimici che partono da Wuhan, passano per i porti venezuelani e messicani e finiscono nelle siringhe di Parigi, Berlino e Milano. La 'Ndrangheta, da brava multinazionale del crimine, non starà a guardare: sta già convertendo la sua rete di distribuzione dalla "roba" che cresce al sole, alla "roba" che bolle in un capannone.
I Talebani hanno fatto quello che vent'anni di guerra NATO non sono riusciti a fare: distruggere l'oppio. Ma il risultato non è un mondo più pulito, è un mondo più morto. Siamo passati dalla droga che ti uccide lentamente a quella che ti ferma il cuore mentre ancora hai l'ago nel braccio.
Godetevi lo spettacolo, perché la "pace" di Kabul è l'inizio dell'overdose globale.
Nella confusione riplasmata da intermittenze fragorose prive di silenzi respiratori, il rovente calcolo del sole sulle vite sconnesse e sudate, si forma sull'asfalto. Vago per la strada ai margini di magazzini abbandonati, sdruciti nelle pieghe di cemento dove i nervi d'acciaio ruggine sbalzano fuori dalle geometrie deformate dall'assenza di vita organica. Ero già stato qui, ricordo un paio di uomini con caschetto giallo: stavano preservando il sauro decomposto in brandelli di struttura armata, in favore di un'archeologia industriale contenitrice di un futuro centro commerciale?
Dove
sto andando... non ho appuntamenti, so che un'ora fa ero paralizzato
tra vuoto allo stomaco e un monitor acceso. Da un angolo pisciato da
cani randagi sbuca un bipede su un monopattino elettrico,
un'estensione mobile di inutilità sociale. Mi taglia la strada e mi
insulta per la mia disattenzione sbieca sulle fratture grigie sotto
ai miei passi. Non reagisco, mi inoltro nella savana spenta verso
l'unico luogo sensato in questa dematerializzazione: un quadrato di
muri che l'amministrazione pubblica della giustizia ha adibito a
patibolo.
Altre ombre, simili alla mia, stanno strisciando
sui muri che conterranno a breve il supplizio. Ci muoviamo per
attrazione gastromimica verso quel simulacro di Colosseo passivo ed è
l'unico bastardo modo di scongelare il sangue nelle nostre vene.
Nell'area in cui si incastra questa Mecca atea, il grigio è sovrano
di un regno sfatto; nessun neon, nessuna danza macabra di cromodroni
in 3D e nessuna pubblicità ologramma può distrarre o consolare
questi nostri corpi affamati di dolore e disperazione d'altri, di
colpevolezza solo presunta, perché, in questo mercimondo brandizzato
fino alla saturazione delle ossa, l'unico errore fatale è non
consumare l'imposto dall'alto, dal Brand Universale.
Sono
nella calca, sono dentro...
C'è
un sottofondo assordante mantenuto ad altidecibel da un Dj
afroasiatico. Cyberfemmine e transumani sessualmente invitanti ci
orientano allo stordimento, al sussulto, all'alba dei nuovi Dei.
Conosco a memoria il programma, ma è l'unica monotonia prevedibile
che non mi stanca, che non ci annoia. Qui dentro, all'interno del
mercimondo, nel suo orgoglio giustizialista, la droga è libera, è
gratis. Ce la distribuiscono in dosi massicce e non pochi saranno
raccolti morti dopo l'evento di necro-liberazione. Siamo la lettera
scarlatta sul murales di una gioia non più presente nella memoria
collettiva.
La prima volta che fui attraversato dalla
scossa dello snuffparty non provai nulla, ma si incastrò nei miei
circuiti di piacere e ricompensa. Non avevo capito che il luogo dove
mi trovo ancora... e ancora... e ancora, è una maledetta scatola di
Skinner.
Il
comunicatore si fa avanti tra laser e nebbie psicotrope, ha in mano
l'elenco dei criminali che saranno terminati, ognuno in modo
originale secondo il volere dei mutanti... gli spettatori, noi
all'ultimo stadio di disumanità organizzata.
Preso dal
vortice granulare della mia percezione strafatta di convulsioni
erotosonore, faccio il grave sbaglio di rifiutare la mia dose di
sinthanfetamine. Sono convinto di poterne fare a meno, dopo decine di
mutilazioni e cannibaliche lezioni di gratuita crudeltà visiva e
olfattiva. Ma mi sbaglio, cado in un errore pneumatico che si
manifesta in orrore, quando il primo nome pronunciato da quello
psicopompo asessuato, è il mio, e la figura condotta dai carcerieri
sul palco, è la mia.
Cosa non torna?
Mi faccio strada tra i servi della necrosintesi antropologica, inciampo in corpi calpestati, mi aggrappo a spalle, schiene, mi tiro su, afferrando cosce di esseri indecifrabili, fino all'orizzonte dell'evento della mia decapitazione, come invocato istericamente degli astanti sbavanti. Sono sotto all'enorme ghigliottina trascinata sul metallo nero del proscenio.
Il mio
sosia è spacciato, ma ride compulsivamente mostrando denti e lingua
con la stessa apertura orale della progenie di Venom.
Un
improvviso finale si stacca dalla lama traslucida della macchina
omicida, l'unico pezzo antico in una psichedelia ultramoderna. La mia
testa, stillante l’essenza liquida di un corallo, mi rotola fra le
mani e mi parla ghignando: "Ecco cosa non torna... continui a
rimanere incastrato in questa modulazione di frequenza assassina, in
questo loop necrostatico. Sei morto dieci esecuzioni fa".
L'upgrade dell'uomo fallirà per resistenza biologica profonda, oppure no?
Perché qui il trucco è talmente scoperto che fa quasi tenerezza. Questi nuovi profeti del silicio che si eccitano all’idea di un chip nel cranio non sono altro che i nipotini sbiaditi di quegli illuministi in parrucca che già tre secoli fa sognavano l'uomo-orologio. È lo stesso identico feticismo per l'ingranaggio, solo che adesso al posto delle molle di ottone ci vendono la promessa del Wi-Fi corticale. Il transumanesimo non è il futuro, è l'ultimo rigurgito di un positivismo settecentesco che non ha mai smesso di odiare la carne perché la carne è opaca, lenta e soprattutto non risponde ai loro fottuti comandi binari.
Se il chip intracorticale servisse solo ed esclusivamente per una riabilitazione fisica e sensoriale, senza intaccare l'identità, non ci sarebbe nulla da eccepire. Ma si arresteranno davanti alle porte del pensiero, quello spazio che ancora resta nascosto a qualunque macchina a qualunque Grande Fratello AI?
Il problema è che vogliono convincerci che i nostri pollici sono un "collo di bottiglia" e che le nostre mani sono già un'interfaccia obsoleta, come se l'Homunculus di Penfield fosse un errore di programmazione da correggere con una patch neurale. Ma la verità è che quel disegno deforme sulla nostra corteccia, con le mani e le labbra che occupano smisuratamente tutto il territorio, è l'unico motivo per cui siamo ancora qui a parlarci. È la nostra architettura somatosensoriale che tiene insieme il tempo, lo spazio, il linguaggio e quel poco che resta dell'emotività.
Se bypassi il gesto, se uccidi l'attrito del tatto per collegarti direttamente al mainframe, non ti stai potenziando: ti stai amputando. Stai trasformando un tempio biologico in un terminale stupido, un nodo passivo in una rete di traffico dati.
Hanno provato a creare l'Uomo Nuovo per due secoli. Totalitarismi di ogni colore hanno urlato ordini alla nostra biologia, convinti che bastasse una ghigliottina, un piano quinquennale o un acefalo collettivismo per riscrivere il DNA. Hanno fallito tutti, spaccandosi i denti contro una rigidità biologica profonda che non accetta innesti ideologici. La nostra carne ha un'inerzia di milioni di anni e se ne sbatte delle visioni futuristiche di soggetti in cerca di immortalità digitale.
L'informatica è una protesi, un bisturi laser che serve a operare una cataratta meglio di quanto possa fare una mano che trema, ma non è e non sarà mai la nostra dimora. Chi crede di poter informatizzare l'essenza umana sta solo preparando un crash di sistema irreversibile.
Siamo davanti a un'orda di gnostici digitali che disprezzano la fragilità perché non sanno gestirla invece di limitarla con compassione, restituendo dignità a chi l'ha persa o ha creduto di perderla. Ma è proprio in quel millimetro di errore della mano del chirurgo, o nella necessità di un telefono che si adatti a una mano piccola, che risiede la nostra sovranità. Il transumanesimo fallirà come ogni altro tentativo di upgrade forzato, perché la biologia è un codice ultraevoluto che oppone resistenza attiva alla sua violazione e non accetta i termini di servizio di chicchessia.
Certo, come chi ricorre alla chirurgia per modificare il sesso o l'estetica, così si offrirà la tentazione di rimodellare il proprio cervello per fini di potenziamento o di potere. Cosa accadrà? Quello che già accade con la transizione di genere che sfida la biologia, che crea irreversibili infelici schiavi della farmacologia non necessaria.
Occorre restare con i piedi ben piantati nella realtà, feroci e biologici. Potete aggiornare i server, transumanisti della transumanza bipede, potete cablare la corteccia, ma non potrete mai formattare il mistero che batte sotto la pelle. Noi restiamo umani, terribilmente e fallacemente umani, restiamo fragili, inetti, amabili, odiosi, santi o assassini, storpi,normo o superdotati, ma dobbiamo dominare le nostre macchine per non farci da loro meccanicizzare.
Il resto è solo molto rumor di ventole per nulla.
Non reggo più da decenni ormai, il piagnisteo delle prefiche del socialismo che additano l'americanismo come un predatore esterno. Questa retorica un alibi infantile, propinata dai professori di liceo e università, soltanto per non rovistare nel ventre decomposto dell'abisso europeo. L'americanismo non è un'invasione aliena, ma il ritorno a casa, sotto forma di sistema globale, delle peggiori derive nate in seno al Vecchio Continente. È il funzionalismo, il nichilismo e il materialismo europeo distillati, potenziati e rivenduti come pacchetto "chiavi in mano"; il parafulmine per ogni coscienza che si fa bella davanti al fluire della storia.
Mentre questi utopisti foraggiati dal capitale che li ingrassa, denunciano la "rovina culturale", fingono di ignorare che la spina alla metafisica è stata staccata nei salotti e nei centri di sapere europei secoli prima della fondazione degli USA. L'Europa non è una vittima, è il laboratorio che ha assemblato il mostro, salvo poi inorridire quando la creatura ha iniziato a correre più forte del creatore. Invocare rivoluzioni culturali contro "il modello yankee", senza ammettere che esso è la proiezione geometrica del razionalismo europeo, è un esercizio di cecità storica e di pura retorica da pance piene.
Questi didatti depensanti odiano l'America perché è lo specchio del loro fallimento, il punto di arrivo di tutte quelle idee anti-sistema che, una volta sbarcate oltreoceano, si sono fatte assolutismo pragmatico. Il "cerino in mano" scotta, ma la miccia è stata fabbricata in Europa.
Gli psicolabili che attendono il crollo del capitalismo per "contraddizioni interne" sono piromani dell'esistenzialismo. Se il sistema globale implodesse oggi, non avremmo un ritorno alla terra o una nuova "età dell'oro" comunitaria, ma un collasso entropico senza precedenti.
A differenza del crollo di Roma, dove esistevano ancora strutture locali, saperi pratici e una resistenza biologica della popolazione, oggi siamo terminalmente dipendenti da una rete tecnica e logistica che non sappiamo più gestire a livello individuale. Siamo individui atomizzati che non sanno né coltivare un campo né riparare un circuito; se stacchi la spina al Leviatano tecnologico, la "rivoluzione" si trasforma in una carestia digitale e in una guerra civile permanente per le ultime briciole di risorse processate, trasformate e disponibili in quantità decrescente.
I nostalgici e i facinorosi che si ficcano la bandiera del Venezuela sulle spalle appena dismessa quella palestinese, sono i primi beneficiari del sistema che dicono di odiare. Senza la stabilità garantita dal capitale che criticano, le loro utopie acefale evaporerebbero in tre giorni di blackout. Il paradosso è che l'unica cosa più terrificante della sopravvivenza di questo sistema è proprio la sua fine improvvisa, perché non abbiamo costruito nulla di alternativo che possa reggere l'urto. Siamo su un aereo in fiamme e gli "antagonisti" sperano, distruggendo porzioni ampie delle città in cui manifestano in quantità uguale a quelle dei loro piccoli cervelli, che i motori esplodano, dimenticando che non abbiamo il paracadute.
Questi "orfani del socialismo" sono finiti! falliti! sono ectoplasmi storici che devastano l'oggi come fantasmi evocati in una seduta spiritica da un medium fuori controllo. Cancellata definitivamente l’utopia del paradiso in terra sotto il segno della falce e martello, si aggrappano pavidi e genuflessi a scimitarre e Corano, adorando la mezza luna su sfondo rosso-verde come ultima trincea identitaria. È un travaso di fede disperato: non potendo più fare la rivoluzione in nome della classe operaia – che ormai vota altro o semplicemente consuma – cercano il "sacro" per procura in un regime teocratico che li giustizierebbe in piazza cinque minuti dopo la vittoria, come accadde nel 1979 a Teheran.
Infatti, i socialisti iraniani sono stati il combustibile della rivoluzione del '79 e poi la cenere versata nelle fosse comuni come quella di Khavaran. Nel 1988, con una fatwa segreta, Khomeini istituì le "Commissioni della Morte": migliaia di prigionieri politici, marxisti e socialisti, vennero interrogati per pochi minuti e, se non rinnegavano il materialismo per l'Islam, venivano impiccati in massa alle gru o fucilati. Le stime parlano di una cifra tra i 5.000 e i 30.000 uccisi in pochi mesi.
Gli "anarco-scemi" di oggi sventolano la bandiera di chi ha sterminato i loro nonni ideologici, dimostrando una cecità storica che è pari solo al loro desiderio di sottomissione.
È il cortocircuito finale del relativismo europeo. Per odio verso il proprio sistema (il liberalismo tecnologico anglosassone calvinista sorto nel XIX secolo), arrivano a santificare un fondamentalismo che nega ogni singolo valore per cui dicono di battersi. Non è analisi politica, è feticismo della resistenza. Pensano che il nemico del mio nemico sia mio amico, ignorando che l'Iran è solo un'altra forma di potere assoluto, altrettanto cinico, che usa la religione come tecnica di controllo sociale esattamente come l'Occidente usa l'algoritmo.
Sostituiscono il materialismo storico con un salafismo d'importazione perché hanno un vuoto pneumatico nel petto. Se non credi in nulla, finisci per adorare chiunque abbia abbastanza palle da credere in qualcosa di brutale. È l'invidia dell'impotente verso il violento.Piangono per Teheran ma vivono di welfare e iPhone. Sono comparse di una tragedia che non capiscono, o fanno finta di non capire perché tanto sono mantenuti da altri, convinti che un ritorno al medioevo islamico sia il prezzo accettabile per abbattere il "capitale". Ma se cade il muro tecnologico, questi coglioni da tastiera saranno i primi a essere macinati dalla realtà cruda che invocano.
Cosa sperano di trovare oltre le macerie nel loro agognato The day after?
Un deserto dove non saprebbero nemmeno accendere un fuoco senza un tutorial su YouTube.
Mentre le luci di Parigi stingevano nel sangue, una seconda oscurità, più densa e colpevole, calava nelle redazioni e nei palazzi del potere. Non è stata solo la notte dei kalashnikov quella di 10 anni fa, è stata la notte in cui l’Occidente ha deciso di cavarsi gli occhi per non dover ammettere di essere sotto assedio, di essere invaso. Hanno chiamato "rispetto" quella che era pura e semplice rimozione di un orrore teocratico che non si accontenta di uccidere, ma esige di smembrare, stuprare e sgozzare in nome di un progetto di dominio totale. Hanno secretato i verbali delle mutilazioni contenute nel maxiprocesso V13 (sembra l'acronimo di un horror splatter degli anni '80), per proteggere un’agenda migratoria indifendibile, preferendo lasciare le vittime nel limbo dell’oblio pur di non dare un nome e un volto feroce, a quella teofollia che oggi bussa con forza crescente alle nostre porte.
Scrivere oggi significa strappare quel velo di finta pietà e mostrare la carne viva, perché ogni dettaglio taciuto è una trincea ceduta al nemico.
Quella stessa mano che stringeva il pugnale al primo piano del Bataclan trova oggi la sua sponda ideologica nelle stanze del potere di Teheran, protetta da una cortina ideologica sollevata da una sinistra europea — e italiana in particolare — che crede in Allah dopo aver perso la fede e i fedeli del marxismo.
Mentre le donne iraniane vengono accecate, stuprate nelle carceri e impiccate alle gru per il solo delitto di voler respirare senza un velo che soffochi la loro identità, i salotti del progressismo nostrano scelgono il balbettio o il distinguo accademico. È un cortocircuito morale osceno: si dicono paladini dei diritti civili, ma si rifiutano di pronunciare una condanna netta e senza appello contro la teocrazia degli ayatollah per non incrinare la narrazione del multiculturalismo a ogni costo. Preferiscono il silenzio complice verso un regime che esporta terrore e finanzia il fanatismo globale, piuttosto che ammettere che esiste una gerarchia dell'orrore dettata dal dogma. Vedono il fascismo ovunque tranne dove si manifesta nella sua forma più pura, totalitaria e violenta: quella di uno Stato che usa il suo personale Dio per giustificare il boia.
Questa omissione non è distrazione, è collaborazionismo intellettuale; è la stessa cecità volontaria che ha permesso di nascondere le mutilazioni al Bataclan per non "offendere" la suscettibilità di chi, nel frattempo, ci sta colonizzando i valori. Non c'è differenza tra il silenzio sulle grida del Bataclan e l'indifferenza verso il grido di libertà che sale dalle strade di Shiraz: è la resa di un Occidente che, per non essere chiamato islamofobico, ha accettato di farsi complice dei propri carnefici.
Ed ora, a chiunque mi stia leggendo, a chiunque non abbia paura della verità, come fossi un'anima che ancora aleggia sul corpo straziato, ti chiedo di non voltarti, di non chiudere le palpebre mentre ti trascino dove la luce non vuole arrivare.
Da questa mia condizione fantasma, di polvere e memoria, io vedo tutto ciò che i tribunali hanno sussurrato e che i giornali hanno sepolto per non sporcare la loro idea di progresso. Vedo i miei compagni di sventura, corpi che non sono più corpi ma scarti di un rito sadico che i milioni di file del faldone V13 custodiscono come un segreto imbarazzante. Vedo mani che affondano nelle tasche per estrarre coltelli non per uccidere, ma per castrare; vedo uomini a cui sono stati strappati i testicoli per essere infilati a forza nelle loro stesse bocche, in un ultimo, osceno gesto di supremazia teocratica volto a cancellare ogni traccia di virilità e dignità.
Vedo orbite vuote, occhi strappati con le dita mentre i carnefici ridevano, perché per chi crede di avere la luce divina, la nostra vista è solo un peccato da estirpare. Vedo le sfigurazioni metodiche, i volti cancellati a colpi di lama perché nessuna identità occidentale potesse sopravvivere alla mattanza. E vedo lo stupro, l’arma finale usata tra le poltrone del teatro come atto di conquista territoriale sui corpi delle nostre donne, violate mentre il sangue della platea bagnava i loro vestiti strappati. È tutto lì, in quei faldoni che chiamano giustizia ma che sono diventati il sarcofago della verità, minimizzati dai magistrati e dai media come "eccessi" per non dover ammettere che il nemico che avete accolto non cerca il dialogo, ma la vostra mutilazione fisica e spirituale.
Entra con me nel corridoio del primo piano, lì dove l’aria ha smesso di circolare per farsi impasto di polvere pirica e ferro ossidato. C’è un silenzio che non è pace, è il sibilo di un polmone bucato che cerca ancora di credere nella vita mentre una lama cerca l’osso. Io ero lì, una delle sagome senza nome nei verbali "omessi per decenza", una di quelle che i media hanno preferito trasformare in un numero astratto per non dover spiegare perché la mia carne non fosse solo colpita, ma insultata. Sentivo i loro passi, non erano quelli di soldati, ma di macellai euforici che recitavano litanie di un Dio ridotto a boia.
Mentre fuori il mondo discuteva di tolleranza e integrazione, dentro quella stanza buia la necrofilia islamista firmava il suo manifesto con la punta di un coltello. Mi hanno guardato negli occhi non per vedermi, ma per cercare il riflesso della loro presunta gloria nel mio terrore. Mi hanno sventrato mentre ero ancora cosciente, un’operazione chirurgica d’odio che non cercava la morte rapida, ma la profanazione lenta. Volevano che la mia fine fosse un messaggio: "Il tuo corpo non ti appartiene, la tua libertà è un’offesa". E mentre la vita mi scivolava via tra le dita che cercavano invano di trattenere le viscere, fuori le telecamere venivano spente, le bocche dei testimoni cucite dal politicamente corretto, le perizie medico-legali chiuse a doppia mandata per non "esasperare gli animi".
Sono morto, siamo morti noi occidentali per ben due volte: la prima, sotto il peso di una dottrina paranoide che vede nel mio sorriso una bestemmia; la seconda, sotto il velo di un’omertà civile che chiama "protezione sociale" quella che è solo vigliacca complicità. Non chiamatela pazzia isolata, non chiamatelo disagio. È una genetica del dominio che si nutre del nostro silenzio. Ogni volta che edulcorate la mia fine, le vite terminate di chi stava con me in quel supplizio teatrale, per non offendere chi ha armato quelle mani, state affilando la lama per il prossimo corridoio, per il prossimo concerto, per la prossima gola. Io sono la verità che non volete guardare, quella che puzza di sangue e di realtà, quella che vi urla che nessuna teocrazia armata si ferma davanti alla pietà, perché per loro la pietà è un segno di debolezza della nostra carne infedele. Guardate le mie piaghe, guardate il vuoto dove c’era il mio volto, e abbiate finalmente il coraggio di dare un nome al mostro prima che venga a cercarvi nel sonno della vostra indifferenza.
Molti illusi, nelle fila della sinistrata sinistra italiana, sognano una resistenza infinita del regime iraniano contro il “cattivo” occidente guidato da ciuffo biondo, Donald Trump.
Una resistenza islamista, quasi quasi... comunista, contro il peggiore mondo possibile - secondo la loro ideologia seppellita dalla storia - che però, per pura casualità anagrafica, li foraggia e gli permette pure di dire fesserie, senza il rischio di essere rinchiusi a vita, come gli accadrebbe in quelle dittature che tanto adorano, sì, ma a distanza di qualche migliaio di chilometri, perché in quelle non vogliono vivere neanche per una misera ora. (Venezuela docet)
Ma non capiscono o fanno finta di non capire che non serve un esercito per abbattere Qom, una delle due città sante dell’Iran, non serve sprecare uranio per radere al suolo quella città-laboratorio dove si produce il dogma a scadenze industriali.
Qom è il cuore nero, nero come il turbante di un Sayyd, come il suo bisht, il suo tetro mantello che svolazza mentre sale sugli yacht o firma condanne a morte contro chiunque sfidi la sua autorità religiosa, la sua discendenza diretta con il profeta. Qom è il reattore nucleare dove l'incenso si mescola alla polvere dei seminari per fabbricare la Guida Suprema. È lì che i vecchi religiosi invasati di Corano, decidono come devono vivere i giovani, blindando il sacro dentro una fortezza di uffici e archivi.
E se Qom è il cervello, Mashhad, l’altra città santa, è il ventre molle e dorato di una teocrazia che sa di marcio, un marcio che i muezzin cercano di profumare con il loro canto mattutino. Mashhad è la cassaforte del regime, un parco a tema del martirio dove il sacro diventa una slot machine che sputa preghiere e incassa ricchezze immense. Mentre i seminari di Qom fabbricano la gabbia mentale, le fondazioni di Mashhad la lucidano con l’oro dei pellegrini, gestendo un impero economico esentasse che controlla la vita e lo stomaco di milioni di persone.
E no, cari sinistri italici; la teocrazia iraniana non cade sotto i colpi dei fucili, cade quando la sua immunità crolla. Il Mullah sul pulpito che urla contro l'Occidente è ormai un paziente zero che nessuno vuole più ascoltare. La strategia non è la guerra, è il contagio.
Il piano è semplice e letale: inondare le reti neurali della gioventù persiana usando una VPN, una Rete Virtuale Privata, un passaporto falso per uscire dalla prigione di internet, le cui chiavi sono gelosamente custodite dal potere al governo di Teheran.
Inutile vendere la libertà a quei giovani, quella roba è astratta. Vendetegli il peccato. Quando un ragazzo di 19 anni a Isfahan bypassa il firewall governativo e vede sullo smartphone che il figlio del Generale dei Pasdaran sta bevendo champagne su uno yacht a Dubai (pagato con l'oro sottratto ai santuari di Mashhad), il virus si attiva. Non scende in piazza per la democrazia. Scende in piazza per la vendetta.
Il firewall del regime iraniano è pieno di buchi. E da quei buchi non entra la luce. Entra la malattia che scioglie le fondamenta, l’omeopatia nichilista fabbricata in Germania nel XIX secolo. Se Qom è il centro gravitazionale di Teheran, la sorgente del segnale teocratico assolutista, l'Occidente al tramonto — schifoso o appena passabile come lo conosciamo, lo subiamo o com’è diventato — resta l'unica interferenza possibile di quel segnale, l’unico virus letale per abbattere la teocrazia dei Sayyd: un veleno per neutralizzare un veleno ancora più devastante.
I puristi si indignano e pensano che questo è solo un modo per omologare “loro” ai nostri vizi, come se “loro”, i nostri vizi, non li desiderano e non li praticano in ogni modo possibile. Questa è ipocrisia, cecità. E non raccontatevi la favoletta che sono le “loro” classi dirigenti ad essere degenerate, mentre il popolo è santo e ancor di più lo è perché straccione. Se l’etica del popolo fosse inattaccabile, il virus non attecchirebbe, ma già lo sta facendo… chiedetevi il perché o fatevene una ragione.
Dimenticate le serie TV su Netflix con i narcotrafficanti che sudano nella giungla. La vera festa, quella che conta miliardi di dollari e sposta gli equilibri del mondo, si gioca nel silenzio metallico delle zone industriali e nei porti dove l’aria sa di zolfo e corruzione.
L'inganno olfattivo: quando il greggio batte il tartufo.
Avete mai visto un cane antidroga al lavoro? Quei poveri bastardi hanno nasi che sentono una molecola di coca in un oceano di polvere. Ma c'è un trucco, un segreto sporco che il Cártel de los Soles (ovvero i generali di Maduro) ha elevato a forma d'arte: il petrolio. Se nascondi quintali di cocaina purissima dentro le cisterne di greggio della PDVSA, il naso del miglior pastore tedesco della Guardia di Finanza diventa utile quanto un portacenere su una moto. L’odore del petrolio venezuelano — denso, acido, onnipresente — satura i sensori biologici e chimici. È il mantello dell’invisibilità per la neve andina.
Logistica di Stato: navi Pirata con immunità. Qui non parliamo di motoscafi veloci che giocano a guardie e ladri con la Guardia Costiera. Parliamo di petroliere grandi come quartieri, navi che battono bandiera di Stato e godono di corridoi diplomatici. Il documento 1:11-cr-00205-AKH non è un romanzo: è il registro di carico di una multinazionale del crimine che usa il petrolio come scorta e la cocaina come dividendo.
Il baratto del veleno: Caracas-Pechino-Messico. Il petrolio non serve solo a coprire l’odore. Serve a pagare. In un mondo che sanziona Maduro, il greggio diventa moneta di scambio. Petrolio verso Est in cambio di tecnologia, armi e, soprattutto, quei simpatici precursori chimici cinesi che servono a "tagliare" la roba o a cucinare il Fentanyl. È un circolo chiuso: il petrolio esce, la polvere viaggia, i chimici sintetizzano e i soldi tornano a casa lavati e stirati attraverso contratti gonfiati per finte manutenzioni ai pozzi.
Perché i nostri opinionisti markettari tacciono? Mentre noi ci accapigliamo sulle accise alla pompa, quelle stesse petroliere attraccano nei nostri porti. La 'Ndrangheta non aspetta Amazon; aspetta il carico di energia. Perché se controlli il petrolio, controlli la rotta. E se controlli la rotta, puoi iniettare nelle vene dell'Europa qualunque schifezza chimica senza che un solo cane abbai.
Conclusione: la puzza della Realpolitik. La prossima volta che sentite odore di benzina, non pensate solo al pieno della macchina. Pensate che quel fumo nero è il lubrificante di un accordo tra regimi, spie e narcos. Il petrolio è l’unico solvente capace di sciogliere la morale dei governi e nascondere la scia di sangue che dal Venezuela arriva dritto nelle nostre strade.
Il naso dei cani è fuori uso e, a quanto pare, anche quello della nostra politica.
Che cosa sono io senza di Te se non la guida di me stesso verso l’abisso. (S.Agostino - C...