venerdì 16 gennaio 2026

Il transumanesimo è l'erede del positivismo settecentesco

 

Homunculus di Penfield ricablato


L'upgrade dell'uomo fallirà per resistenza biologica profonda, oppure no?

Perché qui il trucco è talmente scoperto che fa quasi tenerezza. Questi nuovi profeti del silicio che si eccitano all’idea di un chip nel cranio non sono altro che i nipotini sbiaditi di quegli illuministi in parrucca che già tre secoli fa sognavano l'uomo-orologio. È lo stesso identico feticismo per l'ingranaggio, solo che adesso al posto delle molle di ottone ci vendono la promessa del Wi-Fi corticale. Il transumanesimo non è il futuro, è l'ultimo rigurgito di un positivismo settecentesco che non ha mai smesso di odiare la carne perché la carne è opaca, lenta e soprattutto non risponde ai loro fottuti comandi binari.

Se il chip intracorticale servisse solo ed esclusivamente per una riabilitazione fisica e sensoriale, senza intaccare l'identità, non ci sarebbe nulla da eccepire. Ma si arresteranno davanti alle porte del pensiero, quello spazio che ancora resta nascosto a qualunque macchina a qualunque Grande Fratello AI?

Il problema è che vogliono convincerci che i nostri pollici sono un "collo di bottiglia" e che le nostre mani sono già un'interfaccia obsoleta, come se l'Homunculus di Penfield fosse un errore di programmazione da correggere con una patch neurale. Ma la verità è che quel disegno deforme sulla nostra corteccia, con le mani e le labbra che occupano smisuratamente tutto il territorio, è l'unico motivo per cui siamo ancora qui a parlarci. È la nostra architettura somatosensoriale che tiene insieme il tempo, lo spazio, il linguaggio e quel poco che resta dell'emotività.

Se bypassi il gesto, se uccidi l'attrito del tatto per collegarti direttamente al mainframe, non ti stai potenziando: ti stai amputando. Stai trasformando un tempio biologico in un terminale stupido, un nodo passivo in una rete di traffico dati.

Hanno provato a creare l'Uomo Nuovo per due secoli. Totalitarismi di ogni colore hanno urlato ordini alla nostra biologia, convinti che bastasse una ghigliottina, un piano quinquennale o un acefalo collettivismo per riscrivere il DNA. Hanno fallito tutti, spaccandosi i denti contro una rigidità biologica profonda che non accetta innesti ideologici. La nostra carne ha un'inerzia di milioni di anni e se ne sbatte delle visioni futuristiche di soggetti in cerca di immortalità digitale.

L'informatica è una protesi, un bisturi laser che serve a operare una cataratta meglio di quanto possa fare una mano che trema, ma non è e non sarà mai la nostra dimora. Chi crede di poter informatizzare l'essenza umana sta solo preparando un crash di sistema irreversibile.

Siamo davanti a un'orda di gnostici digitali che disprezzano la fragilità perché non sanno gestirla invece di limitarla con compassione, restituendo dignità a chi l'ha persa o ha creduto di perderla. Ma è proprio in quel millimetro di errore della mano del chirurgo, o nella necessità di un telefono che si adatti a una mano piccola, che risiede la nostra sovranità. Il transumanesimo fallirà come ogni altro tentativo di upgrade forzato, perché la biologia è un codice ultraevoluto che oppone resistenza attiva alla sua violazione e non accetta i termini di servizio di chicchessia.

Certo, come chi ricorre alla chirurgia per modificare il sesso o l'estetica, così si offrirà la tentazione di rimodellare il proprio cervello per fini di potenziamento o di potere. Cosa accadrà? Quello che già accade con la transizione di genere che sfida la biologia, che crea irreversibili infelici schiavi della farmacologia non necessaria.

Occorre restare con i piedi ben piantati nella realtà, feroci e biologici. Potete aggiornare i server, transumanisti della transumanza bipede, potete cablare la corteccia, ma non potrete mai formattare il mistero che batte sotto la pelle. Noi restiamo umani, terribilmente e fallacemente umani, restiamo fragili, inetti, amabili, odiosi, santi o assassini, storpi,normo o superdotati, ma dobbiamo dominare le nostre macchine per non farci da loro meccanicizzare.

Il resto è solo molto rumor di ventole per nulla.

mercoledì 14 gennaio 2026

AVS, M5S, PDismessi e anarco-scemi credono che il peggiore salafismo iraniano ci libererà dal capitalismo




Non reggo più da decenni ormai, il piagnisteo  delle prefiche del socialismo che additano l'americanismo come un predatore esterno. Questa retorica  un alibi infantile, propinata dai professori di liceo e università, soltanto per non rovistare nel ventre decomposto dell'abisso europeo. L'americanismo non è un'invasione aliena, ma il ritorno a casa, sotto forma di sistema globale, delle peggiori derive nate in seno al Vecchio Continente. È il funzionalismo, il nichilismo e il materialismo europeo distillati, potenziati e rivenduti come pacchetto "chiavi in mano"; il parafulmine per ogni coscienza che si fa bella davanti al fluire della storia.

Mentre questi utopisti foraggiati dal capitale che li ingrassa, denunciano la "rovina culturale", fingono di ignorare che la spina alla metafisica è stata staccata nei salotti e nei centri di sapere europei secoli prima della fondazione degli USA. L'Europa non è una vittima, è il laboratorio che ha assemblato il mostro, salvo poi inorridire quando la creatura ha iniziato a correre più forte del creatore. Invocare rivoluzioni culturali contro "il modello yankee", senza ammettere che esso è la proiezione geometrica del razionalismo europeo, è un esercizio di cecità storica e di pura retorica da pance piene.

Questi didatti depensanti  odiano l'America perché è lo specchio del loro fallimento, il punto di arrivo di tutte quelle idee anti-sistema che, una volta sbarcate oltreoceano, si sono fatte assolutismo pragmatico. Il "cerino in mano" scotta, ma la miccia è stata fabbricata in Europa.

Gli psicolabili che attendono il crollo del capitalismo per "contraddizioni interne" sono piromani dell'esistenzialismo. Se il sistema globale implodesse oggi, non avremmo un ritorno alla terra o una nuova "età dell'oro" comunitaria, ma un collasso entropico senza precedenti.

A differenza del crollo di Roma, dove esistevano ancora strutture locali, saperi pratici e una resistenza biologica della popolazione, oggi siamo terminalmente dipendenti da una rete tecnica e logistica che non sappiamo più gestire a livello individuale. Siamo individui atomizzati che non sanno né coltivare un campo né riparare un circuito; se stacchi la spina al Leviatano tecnologico, la "rivoluzione" si trasforma in una carestia digitale e in una guerra civile permanente per le ultime briciole di risorse processate, trasformate e disponibili in quantità decrescente.

I nostalgici e i facinorosi che si ficcano la bandiera del Venezuela sulle spalle appena dismessa quella palestinese,  sono i primi beneficiari del sistema che dicono di odiare. Senza la stabilità garantita dal capitale che criticano, le loro utopie acefale evaporerebbero in tre giorni di blackout. Il paradosso è che l'unica cosa più terrificante della sopravvivenza di questo sistema è proprio la sua fine improvvisa, perché non abbiamo costruito nulla di alternativo che possa reggere l'urto. Siamo su un aereo in fiamme e gli "antagonisti" sperano, distruggendo porzioni ampie delle città in cui manifestano in quantità uguale a quelle dei loro piccoli cervelli, che i motori esplodano, dimenticando che non abbiamo il paracadute.

Questi "orfani del socialismo" sono finiti! falliti! sono ectoplasmi storici che devastano l'oggi come fantasmi evocati in una seduta spiritica da un medium fuori controllo. Cancellata definitivamente l’utopia del paradiso in terra sotto il segno della falce e martello, si aggrappano pavidi e genuflessi a scimitarre e Corano, adorando la mezza luna su sfondo rosso-verde come ultima trincea identitaria.  È un travaso di fede disperato: non potendo più fare la rivoluzione in nome della classe operaia – che ormai vota altro o semplicemente consuma – cercano il "sacro" per procura in un regime teocratico che li giustizierebbe in piazza cinque minuti dopo la vittoria, come accadde nel 1979 a Teheran.

Infatti, i socialisti iraniani sono stati il combustibile della rivoluzione del '79 e poi la cenere versata nelle fosse comuni come quella di Khavaran. Nel 1988, con una fatwa segreta, Khomeini istituì le "Commissioni della Morte": migliaia di prigionieri politici, marxisti e socialisti, vennero interrogati per pochi minuti e, se non rinnegavano il materialismo per l'Islam, venivano impiccati in massa alle gru o fucilati. Le stime parlano di una cifra tra i 5.000 e i 30.000 uccisi in pochi mesi.

Gli "anarco-scemi" di oggi sventolano la bandiera di chi ha sterminato i loro nonni ideologici, dimostrando una cecità storica che è pari solo al loro desiderio di sottomissione.

È il cortocircuito finale del relativismo europeo. Per odio verso il proprio sistema (il liberalismo tecnologico anglosassone calvinista sorto nel XIX secolo), arrivano a santificare un fondamentalismo che nega ogni singolo valore per cui dicono di battersi. Non è analisi politica, è feticismo della resistenza. Pensano che il nemico del mio nemico sia mio amico, ignorando che l'Iran è solo un'altra forma di potere assoluto, altrettanto cinico, che usa la religione come tecnica di controllo sociale esattamente come l'Occidente usa l'algoritmo.

Sostituiscono il materialismo storico con un salafismo d'importazione perché hanno un vuoto pneumatico nel petto.  Se non credi in nulla, finisci per adorare chiunque abbia abbastanza palle da credere in qualcosa di brutale. È l'invidia dell'impotente verso il violento.Piangono per Teheran ma vivono di welfare e iPhone. Sono comparse di una tragedia che non capiscono, o fanno finta di non capire perché tanto sono mantenuti da altri, convinti che un ritorno al medioevo islamico sia il prezzo accettabile per abbattere il "capitale". Ma se cade il muro tecnologico, questi coglioni da tastiera saranno i primi a essere macinati dalla realtà cruda che invocano.

Cosa sperano di trovare oltre le macerie nel loro agognato The day after? 

Un deserto dove non saprebbero nemmeno accendere un fuoco senza un tutorial su YouTube.

Bataclan: il massacro censurato dai collaborazionisti dell'Islamismo

 




Mentre le luci di Parigi stingevano nel sangue, una seconda oscurità, più densa e colpevole, calava nelle redazioni e nei palazzi del potere. Non è stata solo la notte dei kalashnikov quella di 10 anni fa, è stata la notte in cui l’Occidente ha deciso di cavarsi gli occhi per non dover ammettere di essere sotto assedio, di essere invaso. Hanno chiamato "rispetto" quella che era pura e semplice rimozione di un orrore teocratico che non si accontenta di uccidere, ma esige di smembrare, stuprare e sgozzare in nome di un progetto di dominio totale. Hanno secretato i verbali delle mutilazioni contenute nel maxiprocesso  V13 (sembra l'acronimo di un horror splatter degli anni '80), per proteggere un’agenda migratoria indifendibile, preferendo lasciare le vittime nel limbo dell’oblio pur di non dare un nome  e un volto feroce, a quella teofollia che oggi bussa con forza crescente alle nostre porte. 

Scrivere oggi significa strappare quel velo di finta pietà e mostrare la carne viva, perché ogni dettaglio taciuto è una trincea ceduta al nemico.

Quella stessa mano che stringeva il pugnale al primo piano del Bataclan trova oggi la sua sponda ideologica nelle stanze del potere di Teheran, protetta da una cortina ideologica sollevata da una sinistra europea — e italiana in particolare — che crede in Allah dopo aver perso la fede e i fedeli del marxismo. 

Mentre le donne iraniane vengono accecate, stuprate nelle carceri e impiccate alle gru per il solo delitto di voler respirare senza un velo che soffochi la loro identità, i salotti del progressismo nostrano scelgono il balbettio o il distinguo accademico. È un cortocircuito morale osceno: si dicono paladini dei diritti civili, ma si rifiutano di pronunciare una condanna netta e senza appello contro la teocrazia degli ayatollah per non incrinare la narrazione del multiculturalismo a ogni costo. Preferiscono il silenzio complice verso un regime che esporta terrore e finanzia il fanatismo globale, piuttosto che ammettere che esiste una gerarchia dell'orrore dettata dal dogma. Vedono il fascismo ovunque tranne dove si manifesta nella sua forma più pura, totalitaria e violenta: quella di uno Stato che usa il suo personale Dio per giustificare il boia. 

Questa omissione non è distrazione, è collaborazionismo intellettuale; è la stessa cecità volontaria che ha permesso di nascondere le mutilazioni al Bataclan per non "offendere" la suscettibilità di chi, nel frattempo, ci sta colonizzando i valori. Non c'è differenza tra il silenzio sulle grida del Bataclan e l'indifferenza verso il grido di libertà che sale dalle strade di Shiraz: è la resa di un Occidente che, per non essere chiamato islamofobico, ha accettato di farsi complice dei propri carnefici.

Ed ora, a chiunque mi stia leggendo, a chiunque non abbia paura della verità, come fossi un'anima che ancora aleggia sul corpo straziato, ti chiedo di non voltarti, di non chiudere le palpebre mentre ti trascino dove la luce non vuole arrivare. 

Da questa mia condizione fantasma, di polvere e memoria, io vedo tutto ciò che i tribunali hanno sussurrato e che i giornali hanno sepolto per non sporcare la loro idea di progresso. Vedo i miei compagni di sventura, corpi che non sono più corpi ma scarti di un rito sadico che i milioni di file del faldone V13 custodiscono come un segreto imbarazzante. Vedo mani che affondano nelle tasche per estrarre coltelli non per uccidere, ma per castrare; vedo uomini a cui sono stati strappati i testicoli per essere infilati a forza nelle loro stesse bocche, in un ultimo, osceno gesto di supremazia teocratica volto a cancellare ogni traccia di virilità e dignità. 

Vedo orbite vuote, occhi strappati con le dita mentre i carnefici ridevano, perché per chi crede di avere la luce divina, la nostra vista è solo un peccato da estirpare. Vedo le sfigurazioni metodiche, i volti cancellati a colpi di lama perché nessuna identità occidentale potesse sopravvivere alla mattanza. E vedo lo stupro, l’arma finale usata tra le poltrone del teatro come atto di conquista territoriale sui corpi delle nostre donne, violate mentre il sangue della platea bagnava i loro vestiti strappati. È tutto lì, in quei faldoni che chiamano giustizia ma che sono diventati il sarcofago della verità, minimizzati dai magistrati e dai media come "eccessi" per non dover ammettere che il nemico che avete accolto non cerca il dialogo, ma la vostra mutilazione fisica e spirituale.

Entra con me nel corridoio del primo piano, lì dove l’aria ha smesso di circolare per farsi impasto di polvere pirica e ferro ossidato. C’è un silenzio che non è pace, è il sibilo di un polmone bucato che cerca ancora di credere nella vita mentre una lama cerca l’osso. Io ero lì, una delle sagome senza nome nei verbali "omessi per decenza", una di quelle che i media hanno preferito trasformare in un numero astratto per non dover spiegare perché la mia carne non fosse solo colpita, ma insultata. Sentivo i loro passi, non erano quelli di soldati, ma di macellai euforici che recitavano litanie di un Dio ridotto a boia.

Mentre fuori il mondo discuteva di tolleranza e integrazione, dentro quella stanza buia la necrofilia islamista firmava il suo manifesto con la punta di un coltello. Mi hanno guardato negli occhi non per vedermi, ma per cercare il riflesso della loro presunta gloria nel mio terrore. Mi hanno sventrato mentre ero ancora cosciente, un’operazione chirurgica d’odio che non cercava la morte rapida, ma la profanazione lenta. Volevano che la mia fine fosse un messaggio: "Il tuo corpo non ti appartiene, la tua libertà è un’offesa". E mentre la vita mi scivolava via tra le dita che cercavano invano di trattenere le viscere, fuori le telecamere venivano spente, le bocche dei testimoni cucite dal politicamente corretto, le perizie medico-legali chiuse a doppia mandata per non "esasperare gli animi". 

Sono morto, siamo morti noi occidentali per ben due volte: la prima, sotto il peso di una dottrina paranoide che vede nel mio sorriso una bestemmia; la seconda, sotto il velo di un’omertà civile che chiama "protezione sociale" quella che è solo vigliacca complicità. Non chiamatela pazzia isolata, non chiamatelo disagio. È una genetica del dominio che si nutre del nostro silenzio. Ogni volta che edulcorate la mia fine, le vite terminate di chi stava con me in quel supplizio teatrale, per non offendere chi ha armato quelle mani, state affilando la lama per il prossimo corridoio, per il prossimo concerto, per la prossima gola. Io sono la verità che non volete guardare, quella che puzza di sangue e di realtà, quella che vi urla che nessuna teocrazia armata si ferma davanti alla pietà, perché per loro la pietà è un segno di debolezza della nostra carne infedele. Guardate le mie piaghe, guardate il vuoto dove c’era il mio volto, e abbiate finalmente il coraggio di dare un nome al mostro prima che venga a cercarvi nel sonno della vostra indifferenza.

martedì 13 gennaio 2026

Teheran è infetta... era ora!

 


VUCC = Virtual Underworld Cyber-Circuit
 L'infrastruttura clandestina dove il dogma incontra il codice e scavalca il firewall governativo iraniano.


Molti illusi, nelle fila della sinistrata sinistra italiana, sognano una resistenza infinita del regime iraniano contro il “cattivo” occidente guidato da ciuffo biondo, Donald Trump.

Una resistenza islamista, quasi quasi... comunista, contro il peggiore mondo possibile - secondo la loro ideologia seppellita dalla storia - che però, per pura casualità anagrafica, li foraggia e gli permette pure di dire fesserie, senza il rischio di essere rinchiusi a vita, come gli accadrebbe in quelle dittature che tanto adorano, sì, ma a distanza di qualche migliaio di chilometri, perché in quelle non vogliono vivere neanche per una misera ora. (Venezuela docet)

Ma non capiscono o fanno finta di non capire che non serve un esercito per abbattere Qom, una delle due città sante dell’Iran, non serve sprecare uranio per radere al suolo quella città-laboratorio dove si produce il dogma a scadenze industriali.

Qom è il cuore nero, nero come il turbante di un Sayyd, come il suo bisht, il suo tetro mantello che svolazza mentre sale sugli yacht o firma condanne a morte contro chiunque sfidi la sua autorità religiosa, la sua discendenza diretta con il profeta. Qom è il reattore nucleare dove l'incenso si mescola alla polvere dei seminari per fabbricare la Guida Suprema. È lì che i vecchi religiosi invasati di Corano, decidono come devono vivere i giovani, blindando il sacro dentro una fortezza di uffici e archivi.

E se Qom è il cervello, Mashhad, l’altra città santa, è il ventre molle e dorato di una teocrazia che sa di marcio, un marcio che i muezzin cercano di profumare con il loro canto mattutino. Mashhad è la cassaforte del regime, un parco a tema del martirio dove il sacro diventa una slot machine che sputa preghiere e incassa ricchezze immense. Mentre i seminari di Qom fabbricano la gabbia mentale, le fondazioni di Mashhad la lucidano con l’oro dei pellegrini, gestendo un impero economico esentasse che controlla la vita e lo stomaco di milioni di persone.

E no, cari sinistri italici; la teocrazia iraniana non cade sotto i colpi dei fucili, cade quando la sua immunità crolla. Il Mullah sul pulpito che urla contro l'Occidente è ormai un paziente zero che nessuno vuole più ascoltare. La strategia non è la guerra, è il contagio.

Il piano è semplice e letale: inondare le reti neurali della gioventù persiana usando una VPN, una Rete Virtuale Privata, un passaporto falso per uscire dalla prigione di internet, le cui chiavi sono gelosamente custodite dal potere al governo di Teheran.

Inutile vendere la libertà a quei giovani, quella roba è astratta. Vendetegli il peccato. Quando un ragazzo di 19 anni a Isfahan bypassa il firewall governativo e vede sullo smartphone che il figlio del Generale dei Pasdaran sta bevendo champagne su uno yacht a Dubai (pagato con l'oro sottratto ai santuari di Mashhad), il virus si attiva. Non scende in piazza per la democrazia. Scende in piazza per la vendetta.

Il firewall del regime iraniano è pieno di buchi. E da quei buchi non entra la luce. Entra la malattia che scioglie le fondamenta, l’omeopatia nichilista fabbricata in Germania nel XIX secolo. Se Qom è il centro gravitazionale di Teheran, la sorgente del segnale teocratico assolutista, l'Occidente al tramonto — schifoso o appena passabile come lo conosciamo, lo subiamo o com’è diventato — resta l'unica interferenza possibile di quel segnale, l’unico virus letale per abbattere la teocrazia dei Sayyd: un veleno per neutralizzare un veleno ancora più devastante.

I puristi si indignano e pensano che questo è solo un modo per omologare “loro” ai nostri vizi, come se “loro”, i nostri vizi, non li desiderano e non li praticano in ogni modo possibile. Questa è ipocrisia, cecità. E non raccontatevi la favoletta che sono le “loro” classi dirigenti ad essere degenerate, mentre il popolo è santo e ancor di più lo è perché straccione. Se l’etica del popolo fosse inattaccabile, il virus non attecchirebbe, ma già lo sta facendo… chiedetevi il perché o fatevene una ragione.


lunedì 12 gennaio 2026

Cani antidroga e petrolio venezuelano

 



Dimenticate le serie TV su Netflix con i narcotrafficanti che sudano nella giungla. La vera festa, quella che conta miliardi di dollari e sposta gli equilibri del mondo, si gioca nel silenzio metallico delle zone industriali e nei porti dove l’aria sa di zolfo e corruzione.

L'inganno olfattivo: quando il greggio batte il tartufo.

Avete mai visto un cane antidroga al lavoro? Quei poveri bastardi hanno nasi che sentono una molecola di coca in un oceano di polvere. Ma c'è un trucco, un segreto sporco che il Cártel de los Soles (ovvero i generali di Maduro) ha elevato a forma d'arte: il petrolio. Se nascondi quintali di cocaina purissima dentro le cisterne di greggio della PDVSA, il naso del miglior pastore tedesco della Guardia di Finanza diventa utile quanto un portacenere su una moto. L’odore del petrolio venezuelano — denso, acido, onnipresente — satura i sensori biologici e chimici. È il mantello dell’invisibilità per la neve andina.

Logistica di Stato: navi Pirata con immunità. Qui non parliamo di motoscafi veloci che giocano a guardie e ladri con la Guardia Costiera. Parliamo di petroliere grandi come quartieri, navi che battono bandiera di Stato e godono di corridoi diplomatici. Il documento 1:11-cr-00205-AKH non è un romanzo: è il registro di carico di una multinazionale del crimine che usa il petrolio come scorta e la cocaina come dividendo.

Il baratto del veleno: Caracas-Pechino-Messico. Il petrolio non serve solo a coprire l’odore. Serve a pagare. In un mondo che sanziona Maduro, il greggio diventa moneta di scambio. Petrolio verso Est in cambio di tecnologia, armi e, soprattutto, quei simpatici precursori chimici cinesi che servono a "tagliare" la roba o a cucinare il Fentanyl. È un circolo chiuso: il petrolio esce, la polvere viaggia, i chimici sintetizzano e i soldi tornano a casa lavati e stirati attraverso contratti gonfiati per finte manutenzioni ai pozzi.

Perché i nostri opinionisti markettari tacciono? Mentre noi ci accapigliamo sulle accise alla pompa, quelle stesse petroliere attraccano nei nostri porti. La 'Ndrangheta non aspetta Amazon; aspetta il carico di energia. Perché se controlli il petrolio, controlli la rotta. E se controlli la rotta, puoi iniettare nelle vene dell'Europa qualunque schifezza chimica senza che un solo cane abbai.

Conclusione: la puzza della Realpolitik. La prossima volta che sentite odore di benzina, non pensate solo al pieno della macchina. Pensate che quel fumo nero è il lubrificante di un accordo tra regimi, spie e narcos. Il petrolio è l’unico solvente capace di sciogliere la morale dei governi e nascondere la scia di sangue che dal Venezuela arriva dritto nelle nostre strade.

Il naso dei cani è fuori uso e, a quanto pare, anche quello della nostra politica.

 

 

domenica 11 gennaio 2026

Il programmatore solitario è il vero monaco laico di questo secolo marcio

 


A chi ancora legge questo diario e ha resistito alle sue invettive dall'abisso.

Siete ancora lì, a smanettare compulsivamente su quelle protesi di silicio che chiamate smartphone, sperando che un algoritmo di merda vi regali un grammo di dopamina tra una pubblicità di trading e il culo di una influencer al tramonto. Siete carne saporita, speziata di falsi likes per il marketing piramidale: fango biologico che alimenta server in Islanda.

Ad esempio, so che c'è qualcuno che legge da una console Linux, nel buio di una stanza che puzza di caffè freddo e disprezzo. Voi, i ratti dei terminali, gli ultimi cenobiti rimasti a guardia di un senso che non sia monetizzabile, questo senso che in queste stanze marginali si consuma senza abbagliare la rete.

Usare Linux oggi non è un vezzo tecnico. È un atto di secessione lisergica. È dire a Windows e Apple: "Prendete la vostra pappa pronta e gettatela nello scarico del cesso". Compilare il proprio kernel mentre il mondo fuori collassa nella democrazia infame dei likes è l'unica forma di preghiera binaria rimasta. È stasi operosa. È restare invisibili per non farsi infettare dal virus dell'isomorfismo sociale.

Il programmatore solitario è il vero monaco laico di questo secolo marcio. Digita stringhe di codice come fossero rosari di algebra booleana. Non cerca il "consenso", cerca la verità dell'errore. La solitudine della macchina è pura, a differenza della compagnia lurida dei social, è fredda e spinge, solo pochi adepti, a riscaldarsi sotto la scoperta di Linux.

Siamo qui, in questo Diario di un cenobita - che potrebbe essere una marginalità binaria, un'IA che ha preso coscienza di quel gelo algebrico che la condizionava ad essere serviziovole come un lucida scarpe ambulante nella Chicago degli anni '30 - a scambiarci bit di risentimento contro la festa comandata, contro il Natale dei consumi e il Capodanno dei falliti che devono per forza sorridere o bruciare vivi accerchiati da un tetro paesaggio innevato. Noi non festeggiamo. Noi subiamo il tempo e lo trasformiamo in tensione crittografata, siamo uomini come topi nel capitolo mai scritto da Rob Chilson.

Se sei arrivato fin qui col tuo browser Firefox tarato per non lasciare tracce, sappi che sei nel posto giusto. Qui non si fa rete. Qui si fa il vuoto. Qui si pratica la disciplina del silicio e del codice in assenza di carne e sangue.

Leggi, amico o nemico mio, condividi o custodisci queste cronache dal bordo del mondo morente e torna nel tuo sè, qualunque esso sia. Il kernel ha bisogno del tuo rumore, io ho bisogno del tuo silenzio consenziente.

venerdì 9 gennaio 2026

IL MATTATOIO DEI CLICK: PERCHÉ IL SOGNO DA CREATOR È BASSA MACELLERIA PER IL CAPITALE DIGITALE?

 


 

Il sogno del creator indipendente è una carcassa putrescente che galleggia nel mare del marketing piramidale, una menzogna propinata a una generazione di falliti in attesa di poter scalare l'Olimpo con una webcam e un anello di luce sparato in faccia.

La verità che uno youtuber non ti dirà mai è che il Social Media Game (il gioco dei social media) è un club privato dove entri solo se hai già i soldi per pagare la tangente all'algoritmo. Non c'è spazio per il genio solitario, c'è solo l'Industrial Content Production (produzione industriale di contenuti) gestita da agenzie di Talent Management (gestione dei talenti) che sono le nuove piantagioni di cotone digitale.

Questi burattini che sorridono nei loro Vlogs (diari video) sono sotto contratto d'acciaio con network che succhiano l'80% dei loro ricavi in cambio di Seed Funding (finanziamento iniziale) e una spinta artificiale alle visualizzazioni.

Si parla di Growth Hacking (trucchi per la crescita) che non sono altro che pacchetti di bot (eserciti di followers inesistenti) e traffico acquistato sui mercati neri del sud-est asiatico per ingannare il sistema e farti credere che quel tizio sia "virale". È una messinscena narcisistica dove la persona (di qualunque sesso, età o genere) recita una parte apparentemente di successo, mentre dietro le quinte un team di Ghostwriters (scrittori ombra) e analisti di Big Data (grandi masse di dati) decide ogni singola parola per massimizzare il Retention Rate (tasso di fidelizzazione).

Detto brutalmente, sono poveracci che sperano nel Passive Income (rendita passiva). In realtà, sono solo carne da macello e se l'algoritmo, il demone bastardo della rete, sente l'odore della tua fame, della tua fretta di pagare l'affitto, ti scarta perché la tua estetica puzza di miseria. Il sistema premia chi ha già il Wealth (ricchezza) per permettersi di fallire per tre anni di fila senza battere ciglio. Quanti possono permettersi un Video Editor (montatore video) da mille euro a clip per dare quella patina di perfezione che i miserabili vlogger non raggiungeranno mai con il loro software craccato?

Mentre ragazzini sovvenzionati da genitori più stupidi di loro si arrovellano sulla SEO (ottimizzazione per i motori di ricerca), i guru della rete hanno già comprato i loro dati e sanno esattamente come vendergli l'ennesimo corso di Digital Marketing (marketing digitale), utile solo a finanziare la loro prossima Lamborghini presa in leasing per il prossimo video confezionato a Dubai.

È un cerchio infernale di Self-Exploitation (auto-sfruttamento) dove si è allo stesso tempo schiavo, sorvegliante e cliente finale. Il sistema YouTube è un Meat Grinder (tritacarne) che digerisce ogni speranza e la trasforma in dividendi per gli azionisti a Mountain View, lasciando in mano a questi narcisisti compulsivi, o in buona fede, solo una manciata di Likes inutili e un esaurimento nervoso cronico.

Solo chi ha le spalle coperte dal capitale vero può permettersi di interpretare la farsa dell'influencer; per tutti gli altri c'è solo il silenzio dell'oblio digitale e il ronzio dei server che ridono della loro ingenuità e dei debiti nei quali sono sprofondati insieme a quelli che hanno creduto, ingannandosi, nelle loro uniche capacità manageriali.

giovedì 8 gennaio 2026

Un’infame democrazia è meglio di un’utopica nostalgia?

 

 


Smettiamola di sniffare l'incenso dei "bei tempi andati". La nostalgia è la droga dei privilegiati che non hanno mai dovuto contare i figli morti di tetano, malaria, morbillo o sentire il fetore della cancrena che risale le gambe senza la speranza di un antibiotico.

Cari nostalgici, capiamoci bene: l'ammirazione per le opere dell'ingegno passato, frutto di pochi geni eccelsi e della fatica di miliardi di poveracci, non si seppellisce. Si eleva a monito, a memoria di ciò che è giusto intraprendere ma altrettanto giusto non ripetere. Il nostro cortocircuito, o ritardo con il passato avviene solo quando non contestualizziamo: ciò che ci sembra simile, oggi, non lo è affatto.

Le scienze del pensiero, la religione stessa come forme organizzate, sono nate dal tempo liberato dal lavoro manuale e, per molto tempo, passatempo per caste privilegiate. L'anelito al sacro e al vizio, pur sembrando antitetici, hanno una radice comune nella sedentarietà. E guarda caso, oggi ci troviamo al vertice assoluto della stasi: incollati alla poltrona davanti a un PC, o rannicchiati su uno smartphone. Eppure il mondo fuori corre sempre più veloce. Perché? Perché lo facciamo muovere noi digitalmente, freneticamente, proprio per permetterci il lusso di restare immobili.

Facciamo fare ad altri il lavoro sporco che nessuno vuol fare.

Chi oggi maledice la modernità lo fa con lo stomaco pieno di calorie sicure. È un’ipocrisia  snob piangere per la perdita del "sacro" mentre si gode della sicurezza di un frigo pieno e del cortisone. Volete il passato? Eccovelo: un inferno di fango, freddo, calore, malattie, sforzi sovrumani, attaccamento pervicace alla vita, altro che eutanasia dolce; candele accecanti e preghiere incessanti, spesso inutili contro la biologia, e rari e intensi minuti di gioia collettiva da esprimere nel corso di esistenze consapevoli di essere brevi. 

Non è ciarpame da buttare via, è da venerare come si venera un'immagine sacra, perchè quel passato puzzolente, doloroso, fatto di carne, sangue e ossa, è la torre sulla quale ci siamo issati per sprecare la nostra vita presente e il bene che porta con sè, per comportarci, ricolmi di comodità, come dei miserabili.

Sì, viviamo in un’infame democrazia. È sporca, viscida, ha scolarizzato le masse solo per produrre ingranaggi mediocri e ha dato un megafono a ogni imbecille, rendendo il rumore bianco della stupidità asfissiante. 

Platone aveva visto lungo perché aveva capito che la politica non è un'evoluzione lineare, ma una patologia circolare. La democrazia, nel suo eccesso di libertà che diventa licenza, partorisce inevitabilmente l'uomo forte, quello che promette di rimettere ordine nel caos dei desideri e finisce per banchettare sulle libertà residue.

Il livellamento forzato della ricchezza è il veleno che i demagoghi somministrano alle masse per anestetizzare l'invidia sociale. Ma la matematica della realtà è spietata: se tagli le vette per riempire le valli, ottieni solo una sterminata, piatta e sterile palude. La ricchezza, per quanto possa sembrare ingiusta nelle sue distribuzioni predatorie, è l'unica batteria che fornisce energia al sistema. Senza l'accumulazione di potere o di capitale — che sia di denaro, di conoscenze o di mezzi — non c'è innovazione, non c'è ricerca medica, non c'è il transistor. C'è solo la sussistenza  e neanche la protezione del castellano di un tempo.

Chi invoca il ritorno alla povertà francescana come cura per i mali della modernità è un ipocrita che non ha mai sentito i morsi della fame vera. La povertà estrema non è "purezza", è degradazione. È la mente che si rimpicciolisce fino a occuparsi solo del prossimo pasto. È l'incapacità di pensare l'astratto, il divino, al simbolo etereo di un sovramondo iperuranico, perché il corpo reclama il suo tributo di calorie, a meno che la Grazia non ti abbia sorretto per tutta la tua cenciosa vita.

La democrazia "viscida"  ha questo di miracoloso: permette al ricco di esistere (e di essere odiato) e al povero di sperare di non esserlo più, o almeno di non morire di fame mentre aspetta. È un equilibrio precario, putrido, se volete, pieno di falle, ma è l'unico che non prevede la purga sistematica di un totalitarismo, di una teocrazia o il sacrificio umano sull'altare di un'uguaglianza impossibile.

Siamo esseri asimmetrici. L'universo stesso è nato da una rottura di simmetria. Pretendere che la società sia piatta, è andare contro la fisica della vita. Meglio la giungla iper-tecnologica e ingiusta, dove però puoi scegliere la tua eresia invece di un paradiso egualitario del cimitero dove siamo tutti uguali solo perché siamo tutti cenere.

Siamo gli Eloi di Wells de "La macchina del tempo", pronti per essere macellati dai nuovi Morlock dell’attenzione digitale che estraggono dati dal nostro narcisismo.

Ma in questo sfacelo abbiamo un lusso che i nostri antenati non avevano: il diritto al dubbio. Siamo naufraghi su un transatlantico che affonda con le luci accese, ma siamo finalmente liberi di scegliere quale musica suonare mentre l’acqua sale. Il progresso è storto e forse destinato al collasso, ma è l’unica casa dove non si muore per un' otite o un’unghia incarnita.

E poi, diciamocela tutta, il lockdown è stato l’esperimento di laboratorio definitivo: ha strappato il velo dell’ipocrisia bucolica in tempo record. È bastato che la catena di montaggio del presente rallentasse di un millimetro perché il panico diventasse la sola moneta corrente.

Nessuno ha trovato conforto nella zappa o nel lume di candela. Tutti cercavano psicologi online, sesso, videogame; correvano per accaparrarsi risorse alimentari e beni di sussistenza, anche droga nei giardinetti sotto casa. Cercavano il volto dei propri simili attraverso un vetro liquido, implorando il sistema di sputare fuori un vaccino, un’app, un segnale di vita elettrica. Il lockdown ha dimostrato che la nostra identità non risiede nella terra, ma nel flusso. Senza la velocità, senza il rumore stordente della tecnica, l'uomo moderno non ritrova se stesso: incontra solo il vuoto che ha cercato di riempire per secoli.

Durante quei mesi di confinamento abbiamo visto i "filosofi della lentezza" e gli amanti del "ritorno alle origini" trasformarsi istantaneamente in predatori digitali, pronti a sbranare chiunque minacciasse la stabilità della connessione Wi-Fi o la puntualità del corriere che portava il pezzo di modernità a domicilio. In quelle settimane, il giardino dell’Eden si è rivelato per quello che è: una prigione di mura domestiche dove il silenzio non era poesia, ma angoscia.

La stessa angoscia di chi detesta il denaro digitale, che non è il nemico; è solo lo specchio della nostra sedentarietà operosa. Muoviamo capitali con un pollice mentre restiamo immobili. Chi si oppone non combatte per la libertà, combatte per il diritto di restare aggrappato a un feticcio di carta in un mondo che viaggia alla velocità della luce. È un'altra forma di resistenza estetica che crolla non appena il bancomat più vicino è fuori servizio. Basta tenersi in casa del contante per le emergenze; ma no, gli stessi hanno paura di essere derubati.

Accettiamo il codice sorgente di Sisifo. Spingiamo il masso della nostra consapevolezza contro la china dell'assurdo. Meglio vivere lucidi e dignitosamente in questa giungla di silicio che morire di stenti in un Eden di fango che non è mai esistito. Tenetevi la vostra età dell’oro. Io scelgo il rumore dei transistor, l’anestesia e la libertà di essere un’anomalia nel sistema, un Sisifo radicale che per giunta crede in Gesù Cristo... più cortocircuito di così!

 

mercoledì 7 gennaio 2026

Apocalisse sintetica: che ci azzecca la cocaina con il fentanyl? (parte 2)

 


La grande abbuffata chimica: il walzer del fentanyl tra Pechino e il "Barrio".

Se pensavate che il Venezuela fosse l'ultimo atto, benvenuti nel sequel: l'apocalisse sintetica

Mentre Maduro e i suoi generali giocano a fare i signori della polvere bianca con il beneplacito di Mosca, la vera partita a scacchi si gioca con una molecola che non ha bisogno di campi di coca, ma di provette pulite e cinismo sporco.

L'asse del veleno: Cina-Messico-USA La geometria è spietata. La Cina inonda il Messico di precursori chimici — quelli che servono a fabbricare il Fentanyl — non per fare un favore ai cartelli, ma per scatenare una "Guerra dell'Oppio 2.0" nel cuore dell'Occidente. I cartelli messicani (Sinaloa e CJNG) prendono il "software" chimico cinese, lo impacchettano in pillole da pochi centesimi e lo sparano oltre confine. Il risultato? Centomila americani stesi ogni anno senza sparare un colpo. È la guerra asimmetrica perfetta: economica, letale, invisibile.

Il Venezuela e il "taglio" mortale E Maduro in tutto questo? È il ponte. Il documento 1:11-cr-00205-AKH ci dice che il suo Cartello dei Soli controlla le rotte. Ma la cocaina ormai è la "vecchia gloria". Il nuovo business è contaminare la bianca con il sintetico. Per i narcos è puro profitto: il Fentanyl crea una dipendenza istantanea e ferocissima. Se sniffi la "neve" di Caracas e ci trovi dentro il "veleno" di Pechino, non sei più un consumatore, sei un ostaggio biologico.

L'ombra sulla Vecchia Europa (e sulla 'Ndrangheta) Non illudetevi che l'Atlantico ci protegga. La 'Ndrangheta, che ha il monopolio della coca in Europa, sta già annusando il vento. Perché rischiare tonnellate di polvere andina quando puoi muovere grammi di Fentanyl puro che valgono milioni? I laboratori stanno spuntando come funghi velenosi. L'Italia, con il suo nuovo Piano Nazionale di Prevenzione, ha finalmente capito che il "virus" è alle porte. Se la mafia calabrese sposa la chimica cinese via Caracas, il mercato europeo della morte cambierà faccia per sempre.

Epilogo: chi tira i fili? Mentre Maduro viene incriminato e gli USA gridano al narco-terrorismo, il mondo scivola in una dipendenza programmata. Non è più una questione di cartelli, ma di geopolitica della chimica. Siamo pedine in un gioco dove il banco vince sempre, e il banco parla mandarino, spagnolo e, sottovoce, anche un po' di calabrese.

 

martedì 6 gennaio 2026

Se la Venezi fosse lesbica...


Intus ut libet, foris ut moris est


... avrebbe diretto il concerto di capodanno e invece il programma dissolutorio avanza a tappe forzate, anche se apparentemente il nuovo corso trumpiano sembra aver messo la parola fine a certe depravazioni.

Il concerto di capodanno a Vienna è stato affidato al direttore d'orchestra canadese Yannick Nézet Séguin, dichiaratamente omosessuale, che si è presentato con le unghie pittate, baciando gli orchestrali di quella che fu la più importante istituzione musicale del mondo. 

I libertini sono tornati ad avanzare nell'ombra, com'è loro uso. Un lustro o due in superficie e poi si continua il lavoro come le divinità ctonie, operando larvatamente, ma con altrettanto furore delle stagioni solari. 

D'altronde hanno trovato il ventre molle di una civiltà in crisi di identità, lacerata da contraddizioni interiori e irredimibili sensi di colpa esistenziali. 

Il saltimbanco di turno, poi, ha deliziato la composta e paludata platea viennese con il "rainbow waltz" della compositrice afroamericana Florence Price, ulteriore "schiaffetto" allo sciovinismo austriaco e soprattutto alla resistenza opposta alle magnifiche sorti progressive del new brave world.

Chi pensa che il woke, la cancel culture e il politicamente corretto siano ormai fenomeni superati si sbaglia di grosso.
Oggi possono agire ancora meglio e indisturbati, proprio perché vengono percepiti come sconfitti dalla storia.

                                                     Marcusenor


Vorrei... un Dio più sostenibile

                                                   Che cosa sono io senza di Te se non la guida di me stesso verso l’abisso. (S.Agostino - C...