domenica 17 maggio 2026

Siamo di fronte a un gigantesco rigurgito neo-luddista





Ogni volta che la specie umana affronta una transizione di fase e cambia il proprio paradigma industriale, la prima reazione delle masse disorientate è l'arroccamento utopico e la distruzione simbolica dei nuovi telai. I luddisti dell'Ottocento distruggevano le macchine a vapore credendo di salvare il lavoro; i neo-luddisti odierni si inerpicano su retoriche post-coloniali, complottismi da salotto o sogni di decrescita per fuggire all'evidenza dell'automazione cognitiva.

L'intelligenza artificiale e l'elaborazione algoritmica globale stanno destrutturando i mercati, la geopolitica e il concetto stesso di lavoro intellettuale. Davanti all'impatto di questa transizione, chi non ha gli strumenti matematici e concettuali per leggere il nuovo codice del mondo si rifugia nell'isteria o nel mito della cospirazione. Non capiscono che la transizione non è un negoziato politico tra leader che si supplicano, ma una ristrutturazione geometrica guidata dalla necessità di governare l'entropia planetaria con una precisione che l'uomo, da solo, non è più in grado di esprimere.

Questo piagnisteo isterico dei cosiddetti partiti democratici è il rumore bianco del vecchio mondo che si aggrappa alle proprie sovrastrutture ideologiche mentre il pavimento sotto i piedi è già svanito. Il racconto mainstream dell'America in ginocchio o dell'Iran trionfante è la narrazione consolatoria per chi ha bisogno di incasellare la complessità in una dinamica da tifo geopolitico novecentesco, ignorando la reale anatomia del potere globale.

La riduzione di nazioni intere — come Cuba o il Venezuela — a semplici nodi logistici di smistamento per flussi illeciti, idrocarburi e risorse umane è la cruda verità di stati-canaglia che hanno perso ogni sovranità reale, ridotti a centraline di transito per economie sommerse gestite da cartelli e intelligenze transnazionali. Eppure, una parte del dibattito occidentale preferisce ignorare questo collasso sistemico, preferendo cullarsi nei vecchi miti della resistenza anti-imperialista.

Sapete che fine farà il sogno antimperialista che si spaccia ancora per marxista e si allea con le brigate di Allah?

Finirà stritolato nella morsa della sua stessa cecità strutturale. Questa alleanza innaturale e grottesca tra i residui del massimalismo occidentale e l'integralismo islamico è il cortocircuito finale di un pensiero che ha perso il contatto con la realtà materiale e storica.

Il marxismo delle origini, pur con tutti i suoi limiti, era un'analisi rigorosa basata sui rapporti di produzione, sullo sviluppo tecnologico e sul materialismo storico. Voleva governare il futuro, non restaurare il passato. Vederlo oggi ridotto a fare da scudiero retorico a teocrazie oscurantiste e milizie confessionali — che esprimono l'esatto opposto di ogni emancipazione umana, la sottomissione totale del corpo e dello spirito a un dogma medievale — è la prova provata del suo definitivo fallimento intellettuale.

Questa convergenza si consuma solo sul terreno sterile del risentimento: l'odio comune per l'Occidente capitalista e tecnologico. Ma è un'alleanza asimmetrica in cui i "marxisti" occidentali recitano la parte degli utili idioti. Non capiscono che per le brigate di Allah il loro materialismo, il loro ateismo e i loro diritti civili sono abominazioni da estirpare tanto quanto il consumismo americano. Vengono tollerati solo come arieti di sfondamento per indebolire le difese immunitarie delle democrazie dall'interno.

La fine di questo sogno è già scritta nella storia, basta guardare a quello che accadde in Iran nel 1979. Allora, i movimenti di sinistra, i comunisti del partito Tudeh e i fannulloni dell'intellettualismo progressista si allearono con Khomeini per rovesciare lo Scià, convinti di poter cavalcare l'onda della rivoluzione islamica per poi imporre il loro modello. Il giorno dopo la presa del potere, i teocrati non hanno aperto un dibattito sul Capitale: hanno preso i marxisti, li hanno messi al muro o impiccati alle gru nei mercati pubblici.

Oggi la fine sarà persino più umiliante, perché non avverrà nemmeno sul palcoscenico di una grande rivoluzione statale, ma nel fango delle periferie degradate e dei flussi algoritmici. Mentre questi orfani dell'ideologia sfilano gridando slogan teocratici che non comprendono, il Leviatano tecnologico e il capitalismo dei flussi — che sia a trazione Silicon Valley o Pechino — continuano a recintare i nodi dell'energia, dei dati e dei mercati.

Quando il perimetro del controllo sarà definitivo e lo Stato sociale europeo sarà del tutto collassato sotto il peso delle sue contraddizioni, le brigate di Allah verranno neutralizzate dalla sorveglianza biometrica predittiva e dalla forza cinetica remota. E i loro alleati progressisti si ritroveranno disoccupati, atomizzati e inutili, a piangere sulle macerie di un'utopia che ha baciato la mano del suo stesso carnefice.

Lacrime che alcuni verseranno, per poco, sul loro ultimo gingillo tecnologico, è l'immagine definitiva della stupida sottomissione: piangere la fine di un mondo sullo schermo dell'esatto dispositivo che ha registrato, catalogato e guidato ogni passo di quel collasso.

L'iPhone — o qualunque terminale biometrico tascabile — non è più uno strumento di svago, ma la catena invisibile con cui l'utente ha firmato, un click alla volta, la propria abdicazione. Chi si inerpica in queste utopie destrutturate rimarrà connesso fino all'ultimo secondo, alimentando con i propri dati, le proprie nevrosi e le proprie lacrime digitali l'algoritmo che lo sta sostituendo.

Perchè questi rigurgiti novecenteschi e islamo-medievali, sono l'espressione di un brand, una linea di prodotti ideologici preconfezionati che il mercato della distrazione tollera e alimenta solo finché generano engagement, traffico dati e consumo. 

Il sistema tardo-capitalista e l'architettura algoritmica odierna hanno la straordinaria capacità di mercificare persino la propria opposizione. Il ribellismo da tastiera, la parata identitaria, la retorica neo-luddista e lo slogan antimperialista non sono minacce per il potere reale, ma segmenti di mercato. Sono linee di intrattenimento per masse atomizzate, utili a incanalare il risentimento e la frustrazione sociale in flussi digitali monetizzabili. L'indignazione permanente è il carburante che tiene gli utenti incollati allo schermo, a consumare giga e a profilarsi da soli.

Ma ogni brand ha un ciclo di vita strettamente legato alla sua utilità marginale. Finché c'è un'infrastruttura democratica ed economica da logorare per giustificare il passaggio al controllo predittivo, questo brand della finta resistenza viene lasciato proliferare. Alimenta il disordine necessario a invocare l'ordine.

Nel momento esatto in cui la transizione di paradigma sarà completata — quando i flussi energetici, logistici e umani saranno interamente blindati dalle reti di intelligenza artificiale e dalla sorveglianza biometrica — la tolleranza per la simulazione del dissenso si azzererà. Il brand non sarà più necessario, perché non servirà più il consenso, ma solo la conformità tecnica al sistema. E allora quel prodotto ideologico verrà semplicemente ritirato dal mercato, cancellato con un aggiornamento del codice o reso invisibile nei nodi di smistamento della rete, lasciando chi lo esibiva nudo di fronte all'attrito di una realtà che non ha mai voluto comprendere.


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