
E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo
per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.
(1Corinzi 13,3)
Chi sono io e chi sei tu, mio Dio, che disarcionasti Paolo per
sentirmi dire da lui l’inudibile, per risuonare come un cimbalo al
vedermi ricolmo d’ogni cosa dalle quali non oso staccarmi, per
timore di guadagnare il cielo e perdere la terra, travolto da
un’inestinguibile sete di vita.
Sei forse un Dio sadico?
No, che non lo sei, ma agisci come se lo fossi, come un “contrario”
di una tribù Dakota che cavalca un cavallo afferandosi alla coda.
C’impregni, solo per nostra libera richiesta, dello Spirito
Consolatore che da te discende, per mutarci e scavare nella roccia
dei nostri sensi refrattari all’invisibile.
Ci mostri misure diverse del vivere, opposte alla sterilità
monodimensionale proposta da atei filosofi, da chirurghi del
pensiero, esperti nella vivisezione del linguaggio, appiccatori di
roghi semantici che non giovano a nulla, che alimentano la superbia
del pensarti un accidente spazzato via dall’adorazione del caso,
fortuito ordinamento naturale di un anagramma del caos.
Incarcerato da ciò che ho conquistato, dal conteggio dell’avere,
dall’algebra del guadagno e delle perdite, mi sono raggelato nella
pavida incapacità di riconoscerti ovunque mi appari affamato,
svestito, malato nel corpo e nell’anima, sotto qualunque sembianza
ti palesi.
♱ servo inutile♱
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