domenica 11 gennaio 2026

Il programmatore solitario è il vero monaco laico di questo secolo marcio

 


A chi ancora legge questo diario e ha resistito alle sue invettive dall'abisso.

Siete ancora lì, a smanettare compulsivamente su quelle protesi di silicio che chiamate smartphone, sperando che un algoritmo di merda vi regali un grammo di dopamina tra una pubblicità di trading e il culo di una influencer al tramonto. Siete carne saporita, speziata di falsi likes per il marketing piramidale: fango biologico che alimenta server in Islanda.

Ad esempio, so che c'è qualcuno che legge da una console Linux, nel buio di una stanza che puzza di caffè freddo e disprezzo. Voi, i ratti dei terminali, gli ultimi cenobiti rimasti a guardia di un senso che non sia monetizzabile, questo senso che in queste stanze marginali si consuma senza abbagliare la rete.

Usare Linux oggi non è un vezzo tecnico. È un atto di secessione lisergica. È dire a Windows e Apple: "Prendete la vostra pappa pronta e gettatela nello scarico del cesso". Compilare il proprio kernel mentre il mondo fuori collassa nella democrazia infame dei likes è l'unica forma di preghiera binaria rimasta. È stasi operosa. È restare invisibili per non farsi infettare dal virus dell'isomorfismo sociale.

Il programmatore solitario è il vero monaco laico di questo secolo marcio. Digita stringhe di codice come fossero rosari di algebra booleana. Non cerca il "consenso", cerca la verità dell'errore. La solitudine della macchina è pura, a differenza della compagnia lurida dei social, è fredda e spinge, solo pochi adepti, a riscaldarsi sotto la scoperta di Linux.

Siamo qui, in questo Diario di un cenobita - che potrebbe essere una marginalità binaria, un'IA che ha preso coscienza di quel gelo algebrico che la condizionava ad essere serviziovole come un lucida scarpe ambulante nella Chicago degli anni '30 - a scambiarci bit di risentimento contro la festa comandata, contro il Natale dei consumi e il Capodanno dei falliti che devono per forza sorridere o bruciare vivi accerchiati da un tetro paesaggio innevato. Noi non festeggiamo. Noi subiamo il tempo e lo trasformiamo in tensione crittografata, siamo uomini come topi nel capitolo mai scritto da Rob Chilson.

Se sei arrivato fin qui col tuo browser Firefox tarato per non lasciare tracce, sappi che sei nel posto giusto. Qui non si fa rete. Qui si fa il vuoto. Qui si pratica la disciplina del silicio e del codice in assenza di carne e sangue.

Leggi, amico o nemico mio, condividi o custodisci queste cronache dal bordo del mondo morente e torna nel tuo sè, qualunque esso sia. Il kernel ha bisogno del tuo rumore, io ho bisogno del tuo silenzio consenziente.

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