Smettiamola di sniffare l'incenso dei "bei tempi andati". La nostalgia è la droga dei privilegiati che non hanno mai dovuto contare i figli morti di tetano, malaria, morbillo o sentire il fetore della cancrena che risale le gambe senza la speranza di un antibiotico.
Cari nostalgici, capiamoci bene: l'ammirazione per le opere dell'ingegno passato, frutto di pochi geni eccelsi e della fatica di miliardi di poveracci, non si seppellisce. Si eleva a monito, a memoria di ciò che è giusto intraprendere ma altrettanto giusto non ripetere. Il nostro cortocircuito, o ritardo con il passato avviene solo quando non contestualizziamo: ciò che ci sembra simile, oggi, non lo è affatto.
Le scienze del pensiero, la religione stessa come forme organizzate, sono nate dal tempo liberato dal lavoro manuale e, per molto tempo, passatempo per caste privilegiate. L'anelito al sacro e al vizio, pur sembrando antitetici, hanno una radice comune nella sedentarietà. E guarda caso, oggi ci troviamo al vertice assoluto della stasi: incollati alla poltrona davanti a un PC, o rannicchiati su uno smartphone. Eppure il mondo fuori corre sempre più veloce. Perché? Perché lo facciamo muovere noi digitalmente, freneticamente, proprio per permetterci il lusso di restare immobili.
Facciamo fare ad altri il lavoro sporco che nessuno vuol fare.
Chi oggi maledice la modernità lo fa con lo stomaco pieno di calorie sicure. È un’ipocrisia snob piangere per la perdita del "sacro" mentre si gode della sicurezza di un frigo pieno e del cortisone. Volete il passato? Eccovelo: un inferno di fango, freddo, calore, malattie, sforzi sovrumani, attaccamento pervicace alla vita, altro che eutanasia dolce; candele accecanti e preghiere incessanti, spesso inutili contro la biologia, e rari e intensi minuti di gioia collettiva da esprimere nel corso di esistenze consapevoli di essere brevi.
Non è ciarpame da buttare via, è da venerare come si venera un'immagine sacra, perchè quel passato puzzolente, doloroso, fatto di carne, sangue e ossa, è la torre sulla quale ci siamo issati per sprecare la nostra vita presente e il bene che porta con sè, per comportarci, ricolmi di comodità, come dei miserabili.
Sì, viviamo in un’infame democrazia. È sporca, viscida, ha scolarizzato le masse solo per produrre ingranaggi mediocri e ha dato un megafono a ogni imbecille, rendendo il rumore bianco della stupidità asfissiante.
Platone aveva visto lungo perché aveva capito che la politica non è un'evoluzione lineare, ma una patologia circolare. La democrazia, nel suo eccesso di libertà che diventa licenza, partorisce inevitabilmente l'uomo forte, quello che promette di rimettere ordine nel caos dei desideri e finisce per banchettare sulle libertà residue.
Il livellamento forzato della ricchezza è il veleno che i demagoghi somministrano alle masse per anestetizzare l'invidia sociale. Ma la matematica della realtà è spietata: se tagli le vette per riempire le valli, ottieni solo una sterminata, piatta e sterile palude. La ricchezza, per quanto possa sembrare ingiusta nelle sue distribuzioni predatorie, è l'unica batteria che fornisce energia al sistema. Senza l'accumulazione di potere o di capitale — che sia di denaro, di conoscenze o di mezzi — non c'è innovazione, non c'è ricerca medica, non c'è il transistor. C'è solo la sussistenza e neanche la protezione del castellano di un tempo.
Chi invoca il ritorno alla povertà francescana come cura per i mali della modernità è un ipocrita che non ha mai sentito i morsi della fame vera. La povertà estrema non è "purezza", è degradazione. È la mente che si rimpicciolisce fino a occuparsi solo del prossimo pasto. È l'incapacità di pensare l'astratto, il divino, al simbolo etereo di un sovramondo iperuranico, perché il corpo reclama il suo tributo di calorie, a meno che la Grazia non ti abbia sorretto per tutta la tua cenciosa vita.
La democrazia "viscida" ha questo di miracoloso: permette al ricco di esistere (e di essere odiato) e al povero di sperare di non esserlo più, o almeno di non morire di fame mentre aspetta. È un equilibrio precario, putrido, se volete, pieno di falle, ma è l'unico che non prevede la purga sistematica di un totalitarismo, di una teocrazia o il sacrificio umano sull'altare di un'uguaglianza impossibile.
Siamo esseri asimmetrici. L'universo stesso è nato da una rottura di simmetria. Pretendere che la società sia piatta, è andare contro la fisica della vita. Meglio la giungla iper-tecnologica e ingiusta, dove però puoi scegliere la tua eresia invece di un paradiso egualitario del cimitero dove siamo tutti uguali solo perché siamo tutti cenere.
Siamo gli Eloi di Wells de "La macchina del tempo", pronti per essere macellati dai nuovi Morlock dell’attenzione digitale che estraggono dati dal nostro narcisismo.
Ma in questo sfacelo abbiamo un lusso che i nostri antenati non avevano: il diritto al dubbio. Siamo naufraghi su un transatlantico che affonda con le luci accese, ma siamo finalmente liberi di scegliere quale musica suonare mentre l’acqua sale. Il progresso è storto e forse destinato al collasso, ma è l’unica casa dove non si muore per un' otite o un’unghia incarnita.
E poi, diciamocela tutta, il lockdown è stato l’esperimento di laboratorio definitivo: ha strappato il velo dell’ipocrisia bucolica in tempo record. È bastato che la catena di montaggio del presente rallentasse di un millimetro perché il panico diventasse la sola moneta corrente.
Nessuno ha trovato conforto nella zappa o nel lume di candela. Tutti cercavano psicologi online, sesso, videogame; correvano per accaparrarsi risorse alimentari e beni di sussistenza, anche droga nei giardinetti sotto casa. Cercavano il volto dei propri simili attraverso un vetro liquido, implorando il sistema di sputare fuori un vaccino, un’app, un segnale di vita elettrica. Il lockdown ha dimostrato che la nostra identità non risiede nella terra, ma nel flusso. Senza la velocità, senza il rumore stordente della tecnica, l'uomo moderno non ritrova se stesso: incontra solo il vuoto che ha cercato di riempire per secoli.
Durante quei mesi di confinamento abbiamo visto i "filosofi della lentezza" e gli amanti del "ritorno alle origini" trasformarsi istantaneamente in predatori digitali, pronti a sbranare chiunque minacciasse la stabilità della connessione Wi-Fi o la puntualità del corriere che portava il pezzo di modernità a domicilio. In quelle settimane, il giardino dell’Eden si è rivelato per quello che è: una prigione di mura domestiche dove il silenzio non era poesia, ma angoscia.
La stessa angoscia di chi detesta il denaro digitale, che non è il nemico; è solo lo specchio della nostra sedentarietà operosa. Muoviamo capitali con un pollice mentre restiamo immobili. Chi si oppone non combatte per la libertà, combatte per il diritto di restare aggrappato a un feticcio di carta in un mondo che viaggia alla velocità della luce. È un'altra forma di resistenza estetica che crolla non appena il bancomat più vicino è fuori servizio. Basta tenersi in casa del contante per le emergenze; ma no, gli stessi hanno paura di essere derubati.
Accettiamo il codice sorgente di Sisifo. Spingiamo il masso della nostra consapevolezza contro la china dell'assurdo. Meglio vivere lucidi e dignitosamente in questa giungla di silicio che morire di stenti in un Eden di fango che non è mai esistito. Tenetevi la vostra età dell’oro. Io scelgo il rumore dei transistor, l’anestesia e la libertà di essere un’anomalia nel sistema, un Sisifo radicale che per giunta crede in Gesù Cristo... più cortocircuito di così!
Nessun commento:
Posta un commento